Il digitale corre e l’Italia insegue
Il business non può prescindere dal digitale. E l’Italia, storicamente caratterizzata da una certa ritrosia alle novità, deve adeguarsi e stare al passo dei tempi. “Perché il mondo corre e il rischio è che siano gli altri a prendersi pezzi di mercato”, ha sintetizzato Giovanni Scandova in occasione del convegno dell’Associazione degli specialisti dei servizi informativi (Assi).
L’evento si è tenuto a inizio febbraio 2026 al Dama Tecnopolo di Bologna per celebrare il 50esimo dalla fondazione, ed è stata occasione per parlare di questioni trasversali in tema business e tecnologia. In primis, quello dell’esigenza di essere online, specie per le organizzazioni. “I dati non dormono mai e chi non è connesso e digitale è praticamente come se non esistesse”, ha affermato Luciano Bononi, Vicedirettore del Dipartimento di Computer Science dell’ateneo Alma Mater.
Decine gli interventi di accademici, imprenditori e manager. Tutti sul filo conduttore della centralità del mondo online. Qui si compra e si vende, ma si vive anche. Anche se in Italia sembra tutto più lento. Come nel caso dell’Intelligenza Artificiale (AI). “Se la curva del progresso tecnologico è esponenziale, l’assorbimento a livello sociale e dentro le aziende è ancora una curva lineare”, ha spiegato Gianni Previdi, consigliere Assi e autore del saggio Logoi dell’innovazione – Contro la trappola del si è “sempre fatto così” (Edizioni ESTE, 2026).
Le lungaggini nonostante la velocità della tecnologia
Si osserva un ritardo nel recepimento delle novità. Ed è tutt’altro che una rarità: “Stiamo vivendo una accelerazione sul piano tecnologico, ma il gap tra progresso e uso che se ne fa si crea per ragioni squisitamente culturali”, ha proseguito Previdi. L’uomo ha sempre visto un po’ controvoglia le ‘diavolerie tecnologiche’, fin dalla notte dei tempi: “Già Platone se la prendeva con la scrittura perché pensava che avrebbe impoverito la memoria”.
E la storia continuò con Leibniz che si impuntò addirittura contro i libri: “In quel caso la paura era che avrebbero banalizzato il sapere”, ha spiegato l’autore di Logoi dell’innovazione. Nulla di nuovo sotto il sole, quindi, se le imprese italiane adottano ancora poco gli strumenti digitali a disposizione, AIin primis. “C’è un retaggio che si trascina, ed è un paradosso già osservato, per esempio, dal celebre storico medievalista Le Goff”, ha continuato l’autore. È prerogativa degli esseri umani inventare macchine, ma poi usarle secondo modalità di epoche precedenti.”È ciò che porta alla patologia della pilotite. Non si scala mai, è un continuo lanciare pilot senza mai nessuna vera svolta”, ha concluso Previdi.
L’ecommerce, questo sconosciuto
I follower non contano poi così tanto per gli affari di un’azienda. La vera chiave sta in quanto si vende. Lo ha illustrato Andrea De Marco, Direttore all’Innovazione di BitBang, azienda di consulenza su dati e trasformazione digitale.. “Il traffico di per sé è quello che noi chiamiamo una vanity metrics, della quale ci si può tutt’al più vantare”. Tradotto: avere milioni di follower indistinti non serve, conta quanto hai venduto e quanto hai fatturato. In questo, il commercio online può offrire una sponda, ma l’occasione non è stata cavalcata a dovere.
“Nonostante Internet sia nato in Europa, tutto il Continente e l’Italia sono rimasti a guardare dalla finestra, mentre negli Stati Uniti si correva”, è stata la riflessione di Giovanni Scandova, Amministratore Delegato di Deda Digital, azienda che progetta e sviluppa piattaforme digitali. Non deve stupire allora se Oltreoceano nell’ultimo trentennio la produttività è cresciuta così come gli stipendi, mentre da noi restavano entrambi al palo: “È comprensibile voler attendere, ma poi il mondo è molto più veloce nello sperimentare”.
Tema ancora più cruciale adesso che è appena stato lanciato un nuovo protocollo per agenti AI di vendita che potranno sostituire i consumatori negli acquisti. Quanto si impiegherà a recepirli? Forse non tanto considerando che le tempistiche si sono via via accorciate: “Per il telefono ci sono voluti 70 anni, per la televisione 13, per Internet e i social qualche anno, mentre per ChatGpt pochi mesi”, ha commentato Previdi. Ma la lentezza italiana nell’applicare le novità resta, e la strada è una soltanto: alzare la temperatura culturale per capire di cosa stiamo parlando, che processi fare e dove vogliamo andare
La rivincita dell’hardware
Alle aziende serve una sferzata anche in termini di hardware. Se da un lato è complesso abbandonare una visione prettamente antropologica per cui l’essere umano sarà sempre al centro, dall’altro si sta scommettendo su una presenza più fitta di agenti artificiali autonomi con cui interagire. Ed è in tal senso che è in corso una rivalsa dell’hardware. Serviranno somme ingenti; le stime – così come emerse nel corso del convegno – indicano spese per 10 miliardi di euro entro il 2030 per l’Italia, che diventeranno 100 per l’Europa e 1.000 in tutto il mondo.
Un’altra incognita che si porrà, una volta effettuato l’aggiornamento delle infrastrutture, sarà il consumo energetico: “Se Francia e Spagna hanno puntato rispettivamente su nucleare e rinnovabili, in Italia invece resta il problema del costo dell’energia, che è in media del 30% superiore alla media europea”, ha chiarito Alessandro Aiello, Direttore di Herabit, digital company del Gruppo Hera. “I data center costano 10 milioni al megawatt, ovunque si costruiscano”. Chi avrà in mano le piattaforme avrà però vinto la battaglia, specie in un contesto geopolitico come l’attuale. “Il potere sarà di chi possiede le piattaforme attraverso cui ragiona l’AI”, ha chiosato Previdi.
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