Davvero la GenZ ha meno voglia di lavorare?
Più stereotipi che realtà: sul diverso atteggiamento che le generazioni, dai boomers in poi, assumono sul posto di lavoro non ci sarebbero verità assolute come spesso si tende a credere. Anzi, la situazione è molto più sfumata e variopinta. A dirlo un nuovo studio della Luxembourg School of Business (Lsb) dal titolo Generational Attitudes Study, pubblicato il 26 gennaio 2026.
Il primo bias sconfitto dall’analisi, condotta su 326 tra ex alunni e professori della scuola, è quello secondo cui i più giovani non si ‘affezionerebbero’ al posto di lavoro che occupano, ma tenderebbe al continuo job hopping, ovvero il passaggio frequente da una posizione a un’altra. Il mito sarebbe da sfatare, ha osservato Adam Petersen, Professore di Management Practice alla Lsb e promotore del report. Parlando alla trasmissione radio RTL Today Radio’s Office Hours ha spiegato: “I giovani non sono meno disponibili e impegnati: semplicemente hanno più pressione dal punto di vista finanziario”.
Salari bassi e mutui insostenibili
I giovani, quindi, cambiano spesso lavoro proprio per perseguire la stabilità finanziaria. “E per farlo, la strategia migliore è quella di scegliere lavori che li retribuiscano meglio” ha proseguito Peterson. “Le precedenti generazioni invece potevano contare su pensioni certe e sicurezza a lungo termine”. Da scardinare c’è poi un altro pregiudizio, ovvero che GenZ e Millennial sarebbero più attenti alle mission aziendali piuttosto che all’aspetto salariale di un posto di lavoro.
Non è così. Al contrario, in base alle risposte del sondaggio sembrerebbe che proprio i più giovani mettano davanti lo stipendio mentre i più anziani sarebbero più interessati agli aspetti ‘etici’ dell’organizzazione. Una versione rovesciata rispetto alla narrazione più comune. Qualcosa che non stupisce in un Paese costoso come il Lussemburgo: “I lavoratori più giovani danno priorità all’indipendenza economica prima ancora di dare spazio ad altri criteri” ha osservato il professore.
Il lavoro ibrido non divide le generazioni
Anche sul lavoro ibrido c’è un equivoco di fondo. Dal report non è emersa nessuna evidenza a favore della credenza per cui le nuove generazioni sarebbero più orientate al lavoro da casa. Spesso a contare è più il ruolo e l’esperienza che non l’età. La GenZ si dice ad esempio più propensa alle riunioni online, ma riferisce di non essere abbastanza produttiva nel lavoro da casa.
Un altro aspetto analizzato dallo studio riguarda invece bias legati all’età. Tutti i rispondenti hanno dichiarato di preferire colleghi coetanei, capi più anziani e sottoposti più giovani. Suggerendo quindi di compiere un’associazione inconscia tra età, autorità e competenza. La conclusione però è un’altra: le etichette generazionali sono dei predittori deboli su quale sarà l’attitudine al lavoro. Lo stadio che si attraversa della propria carriera, la cultura organizzativa e gli incentivi contano molto di più.
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