Disoccupazione zero, i risultati di un esperimento francese
La misura è di quelle che possono definirsi “win-win”, vale a dire che tutti ci guadagnano. Iniziata come un esperimento con una legge entrata in vigore nel 2016, poi prorogata nel 2020, si è poi rivelata un successo. Succede in Francia con i Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée, ovvero “territori a zero disoccupazione di lunga durata”. All’inizio hanno partecipato una decina di territori, poi se ne sono aggiunti cinquanta.
Funziona così: si prendono disoccupati di lunga durata e si inseriscono a tempo indeterminato in aziende create appositamente per soddisfare i bisogni del territorio. Persone escluse dal mercato del lavoro, generalmente beneficiarie di sussidi, con entrate medie mensili di 700 euro tra indennità di disoccupazione e reddito minimo garantito (in Francia è il Revenu de Solidarité Active).
Un sistema innovativo che funziona
Il risultato? Quei redditi adesso sono cresciuti fino a una media a lavoratore di circa 1.076 euro mensili, mentre le indennità di disoccupazione e il RSA sono diminuiti in media rispettivamente di 180 euro e 107 euro. A dirlo uno studio riportato da LaVoce.info. Lo Stato ha quindi sì investito, ma per ogni partecipante si sono risparmiati circa 8 mila euro nel solo primo anno, coprendo così circa il 50 per cento della spesa lorda del programma. In compenso a venire meno sono stati infatti i costi sociali della disoccupazione, a cui sommare gli effetti indiretti come l’impatto sulle famiglie e la dinamicità dei territori coinvolti.
Il sistema è tutto impernato sulle cosiddette ‘Imprese Orientate all’Occupazione‘. Situate in territori definiti, sono incaricate di svolgere attività socialmente utili e che non siano concorrenziali, ma adattate ai profili dei beneficiari dell’esperimento. Sono tutte finanziate con sovvenzioni pubbliche. Eppure anche qui il risultato è tangibile. Secondo lo studio citato, il 77% dei partecipanti non avrebbe trovato lavoro senza il programma. Con chance nulle o quasi di essere inquadrato con un contratto a tempo indeterminato.
Le criticità del programma
Le politiche di inserimento tradizionali a cui si è abituati avrebbero previsto per i disoccupati un contratto di pochi mesi, nella speranza che riuscissero, una volta scaduti, a entrare stabilmente negli organici aziendali. Invece qui si rovescia la prospettiva. Non si adotta una soluzione temporanea, bensì ne viene proposta una definitiva, un contratto fisso appunto. Con un investimento in termini di spesa pubblica che però è compensato dall’abbattimento dei costi sociali della disoccupazione.
Ci sono delle obiezioni. Gli Aci (i contratti di integrazione che sottoscrivono gli aderenti al programma) rappresentano un trampolino di lancio migliore anche per eventuali lavori al di fuori di quello sovvenzionato. Ma, come sottolinea ad esempio un articolo di Le Monde, c’è troppa attenzione all’occupazione a scapito del lavoro stesso e una formazione troppo blanda, spesso legata all’apprendimento di regole di condotta basilari come il rispetto dell’orario di lavoro e la puntualità. A scapito risentirne sono le competenze tecniche e la loro spendibilità sul mercato se non sufficientemente maturate.
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