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Groenlandia, Terre più uniche che rare

Lasciamo perdere le dichiarazioni roboanti del Presidente Usa Donald Trump, che a più riprese ha proclamato e ribaltato forti asserzioni su temi di politica estera. Andiamo al sodo, cerchiamo di comprendere cosa si nasconde “sotto il velame de li versi strani”, come direbbe il Poeta. Già, perché sotto la follia, apparente e tattica, si muove un’intelligenza che motiva scelte ardite. Il caso della Groenlandia è emblematico, sotto più aspetti.

Il Tycoon, in diverse occasioni, ha dichiarato pubblicamente che “gli Stati Uniti ne hanno bisogno”. Washington non può fare a meno di intraprendere un percorso di presenza, controllo, se non addirittura di conquista, della preziosa zona artica. Le ragioni sono molteplici e riguardano il posizionamento geografico con le risorse minerarie, le attività commerciali e marittime, la sicurezza militare e – in forma meno appariscente, ma forse ancora più strategica – lo sviluppo di una nuova organizzazione produttiva. Vediamo questi aspetti per punti.

Se si osserva la mappa mondiale salta subito agli occhi che la Groenlandia non è un territorio, una porzione di aree estese, come potrebbe essere per esempio l’Europa che si può considerare un estremo lembo dell’Asia. No, la Groenlandia è un Continente unico e vale di per sé. Non ha confini condivisi con altri Paesi. È una grande, immensa isola circondata dal mare. Una sorta di Australia del Nord, ghiacciata e inospitale, difficile da raggiungere e dove è complicato viverci. Ma questa situazione garantisce anche immense promesse e aspettative dal punto di vista geologico.

Secondo le indagini di scienziati americani, cinesi e russi che pattugliano le coste, studiano i fondali e si avventurano nelle zone interne, questo Continente ha giacimenti di petrolio, oro, Terre rare, grafite, persino uranio. Tutte materie prime di cui il mondo ha bisogno per progredire sulla strada della crescita.

L’interesse per le Terre rare

Già nella sua prima presidenza, Trump avanzò una richiesta formale al Governo di Copenaghen per acquisire l’intero territorio dell’isola che appartiene al Regno di Danimarca. La proposta fu rifiutata, ma non si trattava di una boutade o di una provocazione: al fondo c’era una precisa questione strategica. Gli statunitensi erano già allora consapevoli che la Cina stava vincendo la sfida tecnologica con l’affermazione dello standard 5G nelle telecomunicazioni e con la supremazia nell’estrazione, nella lavorazione e nel commercio delle Terre rare, fondamentali in diversi processi industriali ad alta tecnologia. Dopo la Cina, i geologi considerano proprio la Groenlandia la seconda potenziale riserva a livello mondiale delle Terre rare.

Secondo diversi osservatori, le riserve di Terre rare in Groenlandia potrebbero eguagliare in futuro, se non addirittura superare, quelle cinesi. L’Istituto Ileri di Parigi, che studia la geopolitica e la geoeconomia dei mondi polari, stima infatti che le riserve di Terre rare in Groenlandia siano tali da poter assicurare una quota di produzione a livello mondiale compresa fra il 15 e il 25% entro i prossimi decenni. In sostanza, un quarto della produzione futura potrebbe dipendere da ciò che al momento giace sotto il permafrost artico. Da qui gli interessi e la sfida per procacciarsi le più generose scorte nascoste.

In Groenlandia vivono circa 56mila inuit che da tempo hanno relazioni difficoltose con il Regno di Danimarca, dal quale ricevono ogni anno 500 milioni di dollari di sovvenzioni statali. Il malessere della popolazione ha consentito ai cinesi di avviare relazioni con i locali per costruire aeroporti, porti, infrastrutture di trasporti, ospedali, e ottenere in cambio laute licenze di estrazione. A ciò si aggiungano gli interessi che i russi hanno sull’Artico, dove si registrano opportunità minerarie, principalmente con ferro e uranio. E da questa valutazione si comprende la natura geostrategica della Groenlandia, dove sono presenti due sole navi rompighiaccio statunitensi a fronte di sei cinesi e di oltre 40 sotto il comando di Mosca.

Le attività commerciali e marittime

Per comprendere la questione è utile riprendere un ragionamento già condiviso sui canali di Eccellenze d’Impresa a gennaio 2025. Il fenomeno definito ‘riscaldamento globale’, sulla cui origine dibattono da anni scienziati e politici, è all’origine dello scioglimento dei ghiacci nella calotta polare. Da circa 15 anni, nel periodo estivo, per le navi da carico in partenza dall’Europa si è così aperta la possibilità di attraversare l’arcipelago canadese – a Ovest della Groenlandia – e di raggiungere gli scali asiatici cinesi con almeno una settimana di anticipo. Il primo viaggio di un cargo nel Passaggio di Nord Ovest non scortato da un rompighiaccio è avvenuto nel 2014, con la Nunavikche trasportava oltre 20mila tonnellate di nichel grezzo canadese.

La rotta polare è mediamente più breve di circa 4mila miglia marittime rispetto ai viaggi che transitano attraverso lo Stretto di Panama. Il risparmio di tempo e di denaro può essere significativo, nell’ordine del 40%, anche se i vantaggi si presentano in un periodo limitato. La navigabilità del Mare Artico è consentita al momento solo tra luglio e novembre, per poche settimane. Per allargare il periodo di opportunità è necessario affidarsi ai rompighiaccio, di cui l’Occidente è scarso. Stati Uniti, Canada, Svezia e Norvegia ne contano insieme una quindicina, mentre ne dispone di oltre 40 la Russia e una manciata, per il momento, la Cina.

La sfida tra i due mondi, Occidente e Oriente – o, se vogliamo, tra Stati Uniti e Cina – si affaccia anche nelle gelide acque nordiche. Perché se da una parte si prevede un viaggio a Ovest della Groenlandia, dall’altra si sviluppa un tragitto a Est dell’isola divenuta strategica geopoliticamente. L’11 settembre 2013 è giunta al porto di Rotterdam la portacontainer YongShendpartita l’8 agosto da Dalian, nella Cina del Nord, dopo aver puntato verso il Giappone per poi infilarsi nello stretto di Bering e attraversare il Polo Nord in mare russo fino alle coste norvegesi e raggiungere l’Olanda. La missione della nave del gruppo cinese Cosco è durata 35 giorni, esattamente 13 in meno rispetto a un tradizionale transito dal Canale di Suez.

Le rotte della logistica mondiale

Il Passaggio a Nord Ovest e il Passaggio a Nord Est hanno comuni caratteristiche e al contempo diversità strategiche. Vediamo le caratteristiche comuni: hanno entrambi una durata limitata; consentono risparmi di tempo e di denaro nell’ordine del 40%; hanno come terminali i porti di Rotterdam e di Amburgo che diventano ancora più strategici per il traffico mercantile europeo.

Queste invece sono le sostanziali differenze: il Passaggio a Nord-Ovest è più lungo e tortuoso perché deve attraversare l’arcipelago canadese, denso di isole e scogli, mentre la via Nord Est è più scorrevole, anche se il Mare del Polo Nord nell’area russa in talune occasioni è più agitato; la fruibilità del Passaggio a Nord Ovest è attualmente inferiore per la scarsità di rompighiaccio, che sono massicciamente presenti nell’altra rotta; tra Stati Uniti e Canada esiste un contenzioso non ancora risolto per i diritti di transito (Washington considera il Mare di Baffin come acque internazionali, mentre il Canada ne afferma la sovranità); la Cina preferisce sviluppare la via del Nord Est per i buoni rapporti con la Russia, riconoscendo i diritti marittimi di Mosca; gli Stati Uniti hanno disconosciuto la Convenzione Onu sul Diritto del Mare (Unclos) che stabilisce la sovranità entro le 200 miglia marine e questa decisione crea qualche difficoltà nei rapporti con gli stessi alleati, ad esempio con Canada e con Danimarca, perché la Groenlandia fa parte del suo territorio.

Come si può comprendere, per le aziende italiane esportatrici, o che si devono assicurare le filiere di approvvigionamento di materie prime, nessuna delle due strade è da rigettare. Per almeno un decennio, fino al 2035, la navigabilità è ristretta nel periodo indicato, poi potrebbe anche allargarsi, per i fenomeni di fusione della calotta polare e per la crescita della presenza di rompighiaccio che potrebbero assicurare una fruibilità di navigazione nelle code stagionali non ancora fortemente critiche.

Il confronto nel Consiglio Artico

Come intervenire in questo quadro complesso e articolato? Per le istituzioni e per le aziende italiane il luogo deputato alle discussioni strategiche e alle negoziazioni è il Consiglio Artico, il presidio dei Paesi che con territori e acque sono presenti nel Polo Nord: Stati Uniti, Canada, Russia, Svezia, Norvegia, Danimarca, Finlandia, Islanda. Oltre ai rappresentanti di questi otto Paesi membri, partecipano ai lavori del Consiglio Artico anche funzionari qualificati di una dozzina di Paesi osservatori permanenti, tra cui la Cina, l’India e le principali nazioni dell’Unione europea, compresa l’Italia. La platea degli osservatori si sta allargando in questi anni, a testimonianza che intorno alla Groenlandia si stanno muovendo interessi commerciali nuovi.

Società di logistica integrata che offrono soluzioni di Supply chain per la gestione di carichi e spedizioni come Maersk hanno aperto specifiche divisioni per l’analisi e lo studio delle opportunità artiche. Gli aspetti strategici dei due Passaggi, del Nord Ovest e del Nord Est, sono diventati temi centrali nei corsi della Rotterdam School of Management, a testimonianza che la classe dirigente olandese punta sulla propria eccellenza portuale per essere presente con la propria disponibilità a entrambe le opportunità. A Rotterdam è presente anche MSC con propri servizi di logistica. È ovvio supporre che le aziende italiane debbano prendere in considerazione le opportunità emergenti per il traffico mercantile marittimo, anche se per periodi limitati all’estate. Il ‘Sesto Continente’, di terra, ghiaccio e acqua – così potremmo definire il Polo Nord – è un luogo di flussi, un nodo di transito che può costituire un’aggiunta, o un’alternativa, alle rotte tradizionali del Made in Italy.

Per approfondire: Paolo Gila e Maurizio Mazziero, Geopolitica delle Terre Rare (Hoepli Editore, Milano 2026); Paolo Gila e Maurizio Mazziero, Le mappe del tesoro (Hoepli Editore, Milano 2024); Paolo Gila, “Groenlandia, il game changer dell’esportazione Made in Italy”, in Eccellenze d’Impresa, 27 gennaio 2025.

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