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Pensione integrativa, l’Ue copia l’Italia?

Come potranno essere sostenibili le pensioni, con la popolazione che invecchia e i giovani che diminuiscono? Uno dei maggiori crucci delle politiche odierne è assicurare il funzionamento del sistema. E per questo la previdenza complementare ha assunto una certa centralità nel dibattito, anche in Italia. Proprio il nostro Paese, già nel 2007, aveva fatto da apripista, introducendo un sistema che prevede l’assegnazione automatica di una parte del Trattamento di fine rapporto (TFR) a un fondo pensione privato (sempre che il dipendente non manifesti volontà contraria).

La legge di Bilancio 2026 ha aggiunto un ulteriore tassello, perché dal 1 luglio 2026 il Tfr sarà automaticamente trasferito alla previdenza complementare (sono 60 i giorni di tempo per opporsi da parte dei lavoratori). Alla base c’è, in sostanza, il silenzio-assenso. Il meccanismo si definisce anche auto enrolment e sembrerebbe che la Commissione europea lo stia prendendo a modello. 

Tra le misure adottate dall’Esecutivo europeo a metà novembre 2025 ci sono una serie di raccomandazioni agli Stati membri affinché si garantiscano entrate adeguate ai pensionati. Un’ipotesi, rilanciata dalla Commissaria ai Servizi Finanziari Maria Luz Alburquerque, ex ministra delle Finanze del Portogallo, sarebbe quella di accedere di default a un piano pensionistico aziendale, a meno che non si dica il contrario. Alburqueque ha chiesto che si applichi, d’accordo con la normativa nazionale e la contrattazione collettiva, l’adesione automatica dei lavoratori a piani di pensione integrativa, lasciando però piena libertà rispetto alla possibilità di non partecipare. In pratica si farebbe scattare l’iscrizione automatica dopo l’assunzione di un nuovo lavoratore, a meno che non vi sia un dissenso esplicito. Chi non vuole insomma, può dire no. 

Il meccanismo automatico

In Italia accade già. In Spagna, invece, il meccanismo non è mai stato introdotto, perché giudicato in più occasioni incostituzionale. L’ultima volta è successo con la riforma delle pensioni ad opera dell’ex Ministro José Luis Escrivá, che aveva creato il cosiddetto macrofondo Escrivá, partito ufficialmente nel 2022. Ma finora, ha riportato il quotidiano El País, non ha raccolto neppure un euro. 

Uno degli aspetti incompiuti dell’Unione europea nell’ambito del mercato unico consiste nella mancata unione dei capitali, la cosiddetta “Unione dei risparmi e degli investimenti” (Siu, in inglese). Una sua parte intrinseca è il risparmio privato finalizzato alla pensione: si tratta di un pilastro mai decollato salvo che in un paio di Paesi come l’Olanda e il Regno Unito, il cui regime è il maggiormente esteso. In entrambi è garantito il primo pilastro, vale a dire la pensione pubblica, quella che in Italia è erogata dall’Inps per intendersi. Ma le minime non sono molto generose e riconoscono solo una base minima. 

Manca un quadro univoco

Anche altri Paesi, tra i quali Lituania, Polonia, Irlanda e Germania, hanno adottato alcuni elementi dell’auto enrolment. A mancare, però, è un quadro univoco. “Le raccomandazioni sono solo un modo per incrementare la partecipazione ai piani pensionistici integrativi e sbloccare su grande scala il relativo mercato”, ha detto ancora Alburquerque. Non si vogliono sostituire le pensioni pubbliche, che sono le basi del sistema di tutti gli Stati membri.

Le dinamiche demografiche tuttavia lo impongono: vanno adattati i regimi pensionistici, incalza Bruxelles, o i cittadini più vulnerabili, come per esempio, le donne – il gender pay gap in ambito pensionistico è del 24,5% – rischieranno di non raggiungere durante la vecchiaia un reddito sufficiente che assicuri loro un tenore di vita adeguato. La ricetta della Commissaria? “Una riforma legislativa per modificare la Direttiva sui fondi di pensione così come il Regolamento 2019/1238 Pepp, che stabilisce le norme per un prodotto pensionistico individuale paneuropeo”.

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