
Social, AI e nuove generazioni: la lezione di Alberto Pellai ai manager
Lasciare soli gli educatori (genitori compresi) davanti a un mondo digitale senza regole non è educazione, è abbandono. È questa la posizione di Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore del Dipartimento di Scienze Biomediche per la Salute dell’Università degli Studi di Milano, intervistato a margine del convegno Convivio Human Tech, promosso da Persone&Conoscenze. Pellai sostiene le scelte dei Paesi che limitano l’accesso dei minori ai social – per esempio l’Australia – che li ha vietati agli Under 16. Per il medico, una regola educativa è più facile da far rispettare se è inserita in una cornice di legge.
Pellai mette in dubbio anche l’idea che basti “attrezzare la mente” dei ragazzi. Davanti a stimoli costruiti per generare un forte ingaggio dopaminergico, un 12enne non riesce a darsi da solo i limiti necessari. Per questo, è la sua tesi, sono le piattaforme a dover chiudere davvero i propri cancelli. Il ragionamento vale anche per le organizzazioni alle prese con l’Intelligenza Artificiale (AI). In questo caso l’esperto porta la sua esperienza di medico: colleghi più anziani, cresciuti senza AI, hanno imparato a usarla come supporto alla professione. Il rischio per chi si forma oggi è diverso: delegarle troppo e diventare “strumento del suo agire”, invece di tenerla al servizio del proprio percorso. C’è poi la fatica, che la tecnologia ci ha tolto e che resta indispensabile per crescere. Pellai usa la metafora dello sport: un atleta che smette di allenarsi perde la forma. Ma c’è una buona notizia, perché può ritrovarla se ricomincia. Traslata nel mondo del lavoro, suona come un invito a non perdere di vista la formazione.
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