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title: Stipendi bassi? Un equivoco tutto italiano
description: "Il dibattito italiano sugli stipendi parte quasi sempre da una premessa sbagliata: che i salari siano troppo bassi in assoluto. I dati raccontano un’altra storia, meno comoda ma più utile per capire il problema. Se si guarda alla quota dei salari sul valore aggiunto, cioè quanta parte della ricchezz..."
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date: 2026-03-26
author: Lorenzo Sernicola
url: https://www.este.it/contenuti/stipendi-bassi-un-equivoco-tutto-italiano/
categories: [Contenuti]
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# Stipendi bassi? Un equivoco tutto italiano

![Stipendi bassi? Un equivoco tutto italiano](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/03/Copertine-PdM-11-U30A1v-1024x683.png)

Il dibattito italiano sugli **stipendi** parte quasi sempre da una premessa sbagliata: che i salari siano **troppo bassi **in assoluto. I dati raccontano un’altra storia, meno comoda ma più utile per capire il problema. Se si guarda alla **quota dei salari **sul **valore aggiunto**, cioè quanta parte della **ricchezza prodotta** dal lavoro va ai lavoratori, l’Italia non è affatto un’eccezione negativa.

Secondo Eurostat e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Oecd), l’Italia si attesta intorno al 60%, in linea con Francia e Spagna e non lontano dalla Germania. Se si considera il costo del lavoro sul valore aggiunto delle imprese, il dato italiano si colloca stabilmente tra il 66% e il 70%, perfettamente dentro il range dei paesi avanzati. Questo significa una cosa precisa: **l’Italia non paga poco il lavoro** rispetto a quanto produce.** Il problema è ciò che produce**.

La **produttività del lavoro** italiana è ferma da vent’anni. Oggi un lavoratore italiano genera circa il 30% in meno di **valore aggiunto **rispetto a uno francese. In questo contesto, pretendere salari molto più alti senza aumentare la produttività significa ignorare un vincolo elementare: **non si può distribuire ricchezza che non viene creata**. E infatti emerge il vero **paradosso italiano**. Non solo la produttività è bassa, ma anche il modo in cui il sistema **remunera le competenze **è distorto.

## Stipendi dei laureati: un paradosso tutto italiano

Un **laureato in Italia** nei primi anni di lavoro guadagna mediamente **solo il 15% in più di un non laureato** (quindi significa che quei posti di lavoro non richiedono grande specializzazione). Negli altri paesi aderenti all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (Ocse), il** premio salariale per un neolaureato** arriva facilmente al 50%. La differenza rimane alta anche con l’aumentare dell’anzianità (in Italia diventa 33% contro il 60% di paesi come UK e Germania e comunque il 50% della media Ocse).

Va però considerato che negli altri paesi c’è una elevata percentuale di **laureati Stem** (ovvero in materie tecnologiche) mentre **in Italia** di tratta spesso di **lauree umanistiche **(meno adeguate ai contenuti richiesti dal mercato). Questo dato è devastante perché dice due cose insieme. Primo: **le imprese italiane non valorizzano il capitale umano**. Secondo, e più importante: **spesso non ne hanno bisogno**.

Un’economia che richiede** poche competenze avanzate **non le paga, perché non ne ricava valore. Il problema, quindi, non è solo salariale. È strutturale. L’Italia ha una **quota di laureati **tra le più **basse **del mondo sviluppato (circa il 30% contro una media Ocse del 45%) e un numero insufficiente di laureati in discipline tecnico-scientifiche. Paesi come Giappone e Corea del sud, dove il 71% dei lavoratori è laureato, hanno costruito la loro **competitività **proprio su questo: **capitale umano elevato** e forte domanda di competenze. Non è un caso se gli stessi test internazionali di competenze degli adulti a cura dell’Oecd (i cosiddetti Piacc) mostrino per l’Italia **risultati inferiori alla media** in *numeracy*, *literacy *e problem solving (31° posto su 31 Paesi esaminati).

## Meno competenze, meno produttività

Non è un giudizio morale, è un **dato economico**: meno competenze significa **meno produttività **e di conseguenza **meno salari sostenibili**. In questo quadro, l’idea di **aumentare i salari per decreto** senza un aumento della produttività rischia di essere non solo inefficace, ma controproducente. Se i salari crescono più della ricchezza prodotta, il **risultato naturale è l’inflazione**. E l’inflazione erode proprio quei salari che si volevano proteggere. Il caso recente del **Giappone** (con aumenti nominali intorno al 5%, accompagnati dal risultato di una riduzione dei salari reali dell’1,5%) è un promemoria concreto di questo meccanismo.

La conclusione è meno rassicurante degli slogan, ma più onesta. L’Italia **non è un Paese che paga troppo poco **il lavoro rispetto al valore creato. È un paese che **crea troppo poco valore **per pagare di più, e che allo stesso tempo **premia troppo poco le competenze **per aumentare quel valore. Finché non si affronta questo nodo (istruzione, specializzazione, struttura produttiva), il **dibattito sugli stipendi** resterà una **discussione sterile **e ideologica. E ogni promessa di aumenti facili rischierà di trasformarsi, come accade quando non aumenta la produttività, in un’illusione che dura lo spazio di un’inflazione. Vale la pena di notare che **la produttività in Italia** è **praticamente ferma da venti anni **(nonostante tutti i soldi immessi per aumentarla), mentre negli altri Paesi è aumentata, nello stesso periodo, mediamente di più del 50%.

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