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Ripartire con nuovi modelli di business e competenze adeguate

La scarsità di materie prime e l’aumento del loro costo è un dato di fatto. L’era post Covid è caratterizzata da qualche difficoltà legata alla mancanza di materiali – dovuta in particolare a ragioni speculative e alla ripresa della domanda – ma esistono realtà che riescono comunque a prosperare. Per esempio in Veneto la ripresa viaggia intorno all’8-10%. A confermalo è stata Unioncamere, che di recente ha segnalato per la Regione Veneto oltre 34 miliardi di export nei primi sei mesi del 2021, che segnano un 5% in più rispetto al 2019.

Anche dal punto di vista dei licenziamenti e delle assunzioni il bilancio è positivo: tra luglio e agosto 2021 a perdere il posto di lavoro sono state circa 850 persone, a fronte di 87mila che l’hanno invece trovato. Un numero enorme, certo influenzato da vari fattori come il blocco dei licenziamenti e la ripresa stagione turistica; ma pure le cifre di settembre 2021 sono positive, visto che si parla di quasi 53mila lavoratori cercati dalle aziende venete (11mila in più rispetto al 2019).

Il manifatturiero, insomma, sta vivendo un periodo positivo durante il quale si trova a fare i conti con diverse sfide, per ora affrontate con strategie che hanno già offerto buoni risultati. Ma non bastano per assicurare una ripresa duratura. Prima di tutto – è quanto emerso dal confronto di alcuni imprenditori nella tappa di Venezia 2021 dell’evento FabbricaFuturo (incontro promosso dalla casa editrice ESTE, editore anche del nostro quotidiano) – serve flessibilità, intelligenza e valorizzazione degli investimenti.

Con la servitizzazione si forniscono informazioni (utili per tenersi stretti i clienti)

Uno degli approcci più efficaci per innovare e rinnovare le aziende manifatturiere è la migrazione, totale o parziale, verso il modello di business della servitizzazione. Seppure rischioso e oneroso in termini di investimenti iniziali, sono già numerose le aziende che hanno modificato la propria struttura con l’obiettivo di fornire servizi oltre – o in sostituzione – dei beni prodotti.

“Servitizzare la propria azienda significa offrire ai propri clienti delle informazioni utili”, ha spiegato Antonella Candiotto, imprenditrice di seconda generazione e Direttrice Generale di Galdi, azienda produttrice di macchine confezionatrici e riempitici automatiche per il settore alimentare. Da qualche anno l’impresa contempla una unità dedicata proprio ai servizi proposti: l’azienda si è chiesta quali fossero le esigenze dei consumatori e ha investito per affiancare alla realizzazione dei macchinari anche l’offerta di servizi.

“Come primo passo abbiamo pensato di offrire pacchetti di manutenzione preventiva per le aziende che hanno installato i nostri macchinari. Dopodiché abbiamo studiato i settori paralleli che avremmo potuto aggredire, intuendo che estrarre le informazioni dalle macchine avrebbe fatto la differenza. Per questo ci siamo dotati delle competenze necessarie (abbiamo fatto formazione sul Machine learning e sullo scambio di comunicazione con le macchine), per ottenere dati da abbinare alla nostra esperienza nel settore in modo da aiutare i clienti anche a tagliare gli sprechi”, ha detto Candiotto.

Lo spreco nel settore alimentare è infatti un indicatore su cui c’è forte sensibilità e per questo Galdi, individuato un difetto dell’ecosistema, ha creato le competenze necessarie per coprire i servizi più richiesti. “Abbiamo costruito un team ad hoc per pensare ai servizi e al valore aggiunto per i clienti”. Le macchine Galdi attive nel mondo sono 100, di cui quelle connesse 20. “La strada è lunga, ma le persone si stanno appassionando e ci crediamo molto”.

La qualità fa bene al distretto, ma non solo

La ripresa non passa solo dal cambio di modello di business: anche il territorio ha un ruolo per la costruzione della fabbrica del futuro. In particolare i distretti industriali stanno tornando a ricoprire un’adeguata posizione. “Investire sulla qualità e fare sistema devono essere due degli obiettivi principali, perché la qualità ricadrà su tutto il territorio”, ha detto Stefano Giust, Chief Operating Officer (COO) di Varaschin, azienda produttrice di arredamento outdoor. Secondo il manager, la digitalizzazione e i nuovi strumenti portano infatti qualità e partnership di valore, ma anche benefici sul distretto industriale.

“In Varaschin, per esempio, da qualche anno puntiamo su precisi fornitori creando partnership con imprenditori ‘veri’ che credono nel nostro business plan, guardando soprattutto alla qualità. In sei anni e mezzo l’azienda ha triplicato il valore degli affari, reinvestendo poi internamente parte del ricavato e anche presso i fornitori: il valore non resta quindi interno e aziendale, ma diventa beneficio sul mercato per tutti”.

Puntare sulla qualità vuol dire anche porre attenzione al cliente finale: questo vale in particolare per le aziende nel mercato B2C. Si prenda, per esempio, Zamperla Group, azienda leader del mercato giostre, che deve includere nei propri ragionamenti di business la felicità e la soddisfazione dell’utilizzatore finale. Antonio Zamperla, Chief Executive Officer di Zamperla Group, ha spiegato come sia necessario, almeno nel loro caso, portare l’utente al centro. “I bambini e gli adulti che siedono sulle montagne russe e sulle giostre sono il fulcro non solo della commercializzazione, ma anche dell’ingegnerizzazione. La tecnologia ci permette di creare nuove emozioni. La parte sensoristica, l’Internet of Things (IoT) e l’analisi predittiva, permettono di soddisfare queste aspettative”. Fermarsi, per esempio per prevenire gli incidenti è una sicurezza in più che guarda sempre all’utente finale e che fino a pochi anni fa non era possibile.

Il mercato delle giostre, infatti, è uno dei settori in cui bisogna mettere in conto anche una certa longevità dei macchinari. Le prospettive dei player di questo mercato sono quindi molto lunghe, come dichiara Zamperla: “I prossimi 50 anni saranno diversissimi da quelli passati. Abbiamo iniziato a cambiare la mentalità spostando il focus da ciò che facciamo a ciò che sappiamo fare. Analizziamo quindi le competenze che abbiamo per puntare ad altri mercati in cui il nostro know how sia prezioso, diversificando e accogliendo gli stimoli dall’esterno. Oltre a quello, non vogliamo fermarci a ciò che sappiamo fare continuando comunque a formarci e ad acquisire nuove competenze”.

La mancanza di competenze si risolve con la ripresa demografica

A proposito di nuove competenze, è ormai chiaro che si tratta di uno dei temi centrali dell’ultimo periodo, anche per le aziende manifatturiere italiane. Come per le materie prime, anche in questo caso siamo davanti a un’ulteriore scarsità, ma questa volta di persone. La conferma arriva da Luigi Bastianello, HR Manager di Texa, azienda che produce sistemi di diagnostica per l’Automotive, che ha sottolineato come, soprattutto nel Manifatturiero (e in quelle aziende nelle quali la tecnologia è ampiamente utilizzata) oggi servano sempre più profili formati dalle facoltà di Ingegneria e che abbiano competenze scientifiche in grado di concretizzare l’innovazione.

Ma non di sole competenze tecniche vive l’azienda. Una delle questioni più rilevanti per le aziende è quella di riuscire ad allinearsi alle richieste delle nuove generazioni, diventando quindi maggiormente attrattive: “Le organizzazioni devono offrire qualcosa di diverso rispetto a ciò che si aspettano i nuovi assunti”. Non solo a livello di retribuzione, ma anche di flessibilità. Di questo ne è certo Bastianello: “Una nostra recente ricerca ha mostrato come dopo la pandemia siano aumentate le retribuzioni, soprattutto nelle professioni digitali, dove si è registrato un incremento anche fino al 25%”.

Nel mondo, tuttavia, le competenze per innovare ci sono. Roberto Brazzale, Presidente di Gruppo Brazzale, azienda di produzione di formaggi, ha spiegato che fuori dall’Italia c’è un ‘serbatoio di capacità’, ma questo potrebbe non bastare per arginare la vera problematica dell’Italia, il cui futuro resta “disastroso”: “La catastrofe italiana sta nel crollo demografico”, ha detto l’imprenditore. “Abbiamo una responsabilità enorme: Le ultime stime parlano di 40 milioni di abitanti in Italia nel 2050. Questo vuol dire che non ci saranno maestranze e competenze perché non ci saranno persone”.

Quale allora la soluzione a questo problema che ci riguarda tutti? “Dobbiamo tornare a rendere l’essere genitori una cosa bella e piacevole, per esempio sostenendo la genitorialità. Perché possiamo anche parlare della mancanza di competenze, ma se non affrontiamo la questione del crollo delle nascite stiamo solo rimandando il problema”. Insomma, la ripartenza non è solo fatta di aggiornamenti tecnologici e digitalizzazione. Abbiamo bisogno di persone per affrontare le sfide. E di aziende lungimiranti che si prendano cura non solo del proprio business, ma pure della società stessa.

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