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Ripartenza post pandemia: i soldi ci sono, mancano le competenze

L’emergenza sanitaria causata dal Covid-19 ha indotto una grande crisi economica che ha colpito gravemente il tessuto industriale e imprenditoriale di tutto il mondo: non hanno fatto eccezione gli Stati Uniti d’America. Secondo la Guida alle recessioni di Capital Group (un’azienda Usa di investimenti), nel secondo trimestre del 2020 il Prodotto interno lordo (Pil) statunitense è diminuito, su base annua, del 32,9%: un dato così catastrofico non si verificava dal 1947. Adesso che con le campagne vaccinali si lavora per normalizzare la pandemia, negli Usa, però, cresce un’altra preoccupazione.

Un articolo pubblicato da The New York Times ha svelato che i cospicui fondi per la ripartenza (più di 1.000 miliardi da usare in otto anni) messi a disposizione dall’American Jobs Plan del Governo Biden (l’equivalente del nostro Piano nazionale di riprese e resilienza) rischiano di non essere sfruttati a causa della scarsità di forza lavoro competente e qualificata. Negli Stati Uniti mancano, infatti, giovani preparati a svolgere lavori manuali come muratori, idraulici, carpentieri, autisti… Inoltre, servono operai specializzati: neanche il 10% dei lavoratori nel settore delle infrastrutture ha meno di 25 anni; ciò vuol dire che c’è una mancanza di ricambio generazionale e il rischio è di non avere persone (né personale formato) per dare concretezza al piano di Biden per le infrastrutture.

Gli Stati Uniti, dal punto di vista economico, sono da sempre una cartina di tornasole per l’Europa. E se gli Usa stanno gestendo la carenza di competenze, pure nel Vecchio Continente la situazione non è così differente. Per esempio, in Italia, le Piccole e medie imprese (PMI), dopo la crescita del fatturato tra il 2014 e il 2019 (Fonte: classifica Cerved di luglio 2021), sono in difficoltà dallo scoppio della pandemia nel 2020: una pubblicazione della società di consulenza Monitor Deloitte attesta che il 60% delle imprese ha subito un rallentamento ed è ancora in crisi finanziaria e solo il 25% è riuscito a cogliere buone opportunità grazie a nuove iniziative di business.

L’Europa sostiene la ripartenza, ma le PMI hanno forti fragilità

Per la ricostruzione economica del Paese, il progetto europeo Next generation Eu ha messo a disposizione dell’Italia 191,5 miliardi di euro (i fondi devono essere investiti entro il 2026) e ad agosto 2021 sono arrivati i primi 24,9 miliardi, che corrispondono al 13% del totale. Tra i progetti da finanziare ci sono proprio quelli destinati alle PMI, in particolare per l’internazionalizzazione e per lo sviluppo della competitività in termini di innovazione digitale, sostenibilità e inclusione sociale (i tre assi strategici su cui si fonda il Piano nazionale di ripresa e resilienza, Pnrr).

Ma se gli Usa sono alle prese ‘solo’ con la questione delle competenze, in Italia serve anche colmare le fragilità delle aziende. Non è da sottovalutare che le PMI italiane scontano un ritardo nella digitalizzazione, sono spesso penalizzate dalle limitate dimensioni (secondo l’Osservatorio Aub le imprese familiari sono l’85% delle PMI italiane e alcune di queste sono ancora troppo restie all’approccio digitale) e non riescono ad attrarre gli investitori.

Rispetto alla maturità digitale, secondo il Cerved Growth Index, indice che sintetizza la potenzialità di crescita di tutte le società di capitale italiane, oltre due terzi delle nostre PMI evidenzia un basso livello tecnologico (in particolare al Sud, dove la trasformazione digitale è più lenta a causa delle arretratezze infrastrutturali). Inoltre, secondo l’indagine annuale della Commissione europea, solo il 10% delle PMI italiane vende online (contro il 18% della media europea): si consideri, a tal proposito, che dal 1995 l’Italia ha fatto limitati investimenti nel settore IT (il capitale è aumentato di un fattore pari a 1,5 volte contro il 4 della Germania e il 4,6 degli Stati Uniti).

Competenze richieste e figure professionali ricercate dalle aziende

Da questo scenario, sembra chiaro che la ripartenza delle aziende avviene solo se queste risultano forti, competitive e al passo con i tempi: ciò è possibile non solo grazie all’acquisto di macchinari innovativi attraverso i fondi europei, ma soprattutto grazie al lavoro di persone competenti e qualificate. E su questo aspetto condividiamo con gli Usa la stessa preoccupazione per il post pandemia.

A metà settembre 2021, l’agenzia per il lavoro ManpowerGroup ha diffuso la nuova Employment outlook survey sulle intenzioni dei datori di lavoro italiani di aziende di diverse dimensioni (molte sono proprio PMI) relativamente all’assunzione di nuovo personale nel quarto trimestre 2021: i dati sono incoraggianti e confermano che le imprese hanno proprio bisogno di persone per ripartire. È previsto un aumento occupazionale del 42% nel Nord Est, del 26% nel Nord Ovest e del 28% tra Centro, Sud e Isole. Secondo lo studio, il settore maggiormente interessato alle assunzioni è quello della Ristorazione, seguito dal Finance, dal Manifatturiero e dalle Costruzioni.

Ma se la richiesta di lavoro è in crescita, i veri ostacoli riguardano le competenze. La pandemia, è noto, ha rivoluzionato il mercato del lavoro, richiedendo maggiore innovazione e flessibilità nell’adattarsi ai cambiamenti; in particolare la digitalizzazione ha imposto alle aziende di dotarsi di nuove skill per restare competitive. Non stupisce, in questo senso, l’analisi fatta da Excelsior Unioncamere a giugno 2021, secondo cui c’è una corsa ad assumere tecnici informatici e telematici, tecnici delle telecomunicazioni, esperti nella gestione dei processi produttivi, dei Big data, di cybersecurity e di Intelligenza Artificiale. Al di là di queste figure molto tecniche e da sempre cercate dalle imprese, il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Anpal a settembre 2021, ha fatto emergere che c’è una forte carenza di fonditori, saldatori, lattonieri, calderai, fabbri ferrai, costruttori di utensili e assimilati, artigiani e operai specializzati nel tessile e nell’abbigliamento.

Il problema – ormai cronico di mancanza di competenze – è quindi stato acuito dall’emergenza sanitaria; servirebbe un’azione orchestrata per tamponare la falla, coinvolgendo le aziende, il sistema formativo e le famiglie. Ma sono utili anche varie iniziative, come quella del sito web per la ricerca di lavoro Indeed che promuove il Virtual Hiring Tour: si tratta di una rassegna di eventi virtuali che hanno l’obiettivo di presentare gratuitamente i posti di lavoro disponibili in diversi settori, per diverse funzioni e in varie sedi. Conoscere i lavori di cui c’è bisogno serve a chi cerca un’occupazione, ma pure a chi si sta formando per entrare presto nel mondo del lavoro.

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