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Reagire ai fermi di produzione per la scarsità di materie prime

L’incertezza che con la pandemia ha colpito la gran parte dei settori economici non ha risparmiato le catene di approvvigionamento delle industrie italiane, che dall’inizio del 2020 si sono trovate a fronteggiare forti ritardi nella fornitura di materie prime e altre componenti essenziali per la propria catena produttiva.

A quantificare i rallentamenti è stata Reichelt elektronic, uno tra i più importanti distributori europei online di elettronica e di tecnologie IT, che nella primavera 2021 ha svolto un’indagine – in collaborazione con OnePoll – su un campione di 250 persone selezionate da un panel di decision maker e buyer in ambito tecnologico in diversi settori: Aerospaziale-Aviazione, Servizi armati, Automotive, Chimico-Plastico, Hardware, Costruzione-Edilizia, Elettronica, Ingegneria, Manifatturiero, Minerario, Petrolifero-Petrolchimico, Farmaceutico-Chimico, Industria delle telecomunicazioni, Tessile, Trasporti-Distribuzione e Utility (elettricità, gas, acqua).

Tra i coinvolti alla ricerca, il 36% ha confermato i ritardi nell’accesso alle risorse: uno stallo che nel 18% dei casi ha avuto come conseguenza un fermo della produzione totale, nel 13% dei casi un fermo tra i 61 e i 90 giorni, nel 28% dei casi dai 31 ai 60 giorni e, infine, nel 30% dei casi dagli 11 ai 30 giorni. In media, dall’inizio dell’emergenza epidemiologica le aziende hanno dunque registrato 36 giorni di fermo produzione.

Queste interruzioni, stando sempre al report di Reichelt elektronik, hanno comprensibilmente avuto un impatto sul fatturato delle imprese coinvolte, con il 36% delle aziende italiane di dimensioni medie (dai 50 ai 249 dipendenti) che ha registrato un calo di fatturato che si aggira tra i 50 e i 100mila euro. Se questi sono i numeri con i quali hanno dovuto fare i conti le imprese medie, quelle di maggiori dimensioni hanno calcolato invece perdite che si attestano tra i 500mila e il milione di euro per il 33% delle aziende dai 250 ai 499 dipendenti e per il 38% di quelle che superano i mille dipendenti. E se da un lato il fatturato ha registrato un comprensibile calo, dall’altro i prezzi di alcuni componenti, ha fatto sapere il 36% degli intervistati, dall’inizio dell’emergenza sanitaria sono aumentati.

Nuovi fornitori e scorte strategiche nei magazzini

L’analisi, però, non si è concentrata esclusivamente sull’impatto di vari fattori sulla produzione; il report ha riportato anche alcune strategie di ripresa di fronte agli ostacoli. Per esempio, per quanto riguarda le ripercussioni sul personale, il 30% delle aziende si è visto costretto a ridurre l’orario di lavoro dei dipendenti, mentre l’11% è ricorso al licenziamento di una parte dei collaboratori. Per affrontare i ritardi lungo le Supply chain poi il 29% degli intervistati ha dichiarato di aver fatto ricorso a nuovi fornitori.

Guardando al futuro, è cresciuto il numero delle realtà che ha fatto sapere di volersi affidare a nuovi distributori di componenti essenziali (47% degli intervistati); ma c’è anche chi ammette di aver aumentato la quantità di componenti critici depositati in magazzino (45%) e chi ha pensato di inoltrare gli ordini direttamente ai produttori (33%). Sempre da questo punto di vista, per ridurre la portata delle conseguenze di disfunzioni di questo tipo, il 38% delle aziende ha ripensato l’intera value chain orientandosi verso nuove soluzioni: il 38% delle organizzazioni, per esempio, si è rivolta alle soluzioni di Industria 4.0 e alle tecnologie di Internet of Things (IoT) per il monitoraggio della filiera.

Nonostante questo quadro e il sostegno offerto dallo Stato al settore sia stato valutato insufficiente dal 37% delle aziende coinvolte nella ricerca, che chiede maggiori investimenti e una produzione diretta di componenti essenziali, il 71% delle imprese si è mostrato ottimista in merito alla ripresa della catena di approvvigionamento nel corso dei prossimi 12 mesi. Tuttavia, per il 37% delle aziende resta critica la questione legata alla scarsità di materie prime, mentre per il 33% il rischio è che diventi complesso gestire l’aumento della domanda dei componenti richiesti, e infine per il 32% i problemi maggiori potrebbero venire dalla messa in campo di eventuali forme di protezionismo. C’è anche chi (29%) teme che il futuro possa essere caratterizzato da pandemie sempre più frequenti.

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