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Quelli che.. basta con lo Smart working

Una scrivania ordinata e ben organizzata in un salotto arredato con gusto, l’immancabile tazza di caffè e, a qualche metro un comodo divano per spezzare la routine lavorativa nei momenti di pausa. Oppure una spiaggia al tramonto, sfondo ideale per chi a fine giornata si appresta a chiudere il laptop o l’agenda prima di un tuffo. Sono alcune delle immagini che circolano nel web quando si cerca l’espressione “lavoro da remoto” che in Italia è stata tradotta nell’infelice “Smart working”.

Ma dopo più di un anno dall’inizio della pandemia e di lavoro da casa per molte persone, la retorica del lavoro agile a beneficio del lavoratore (che comprende l’assenza di traffico e la rifuzione dell’inquinamento, la conciliazione della vita privata con i tempi di lavoro, la possibilità di lavorare ovunque), lo scenario è ben diverso dalle immagini idilliache descritte in precedenza.

Savino Balzano, sindacalista della Confederazione generale dei sindacati autonomi dei lavoratori (Confsal) ed esperto di Diritto del Lavoro, è autore del libro Contro lo Smart working (Laterza, 2021), che cerca di rispondere a queste domande: senza una precisa individuazione dei tempi di lavoro, come si conteggiano e retribuiscono? Come si tutelano i diritti alla salute e alla sicurezza?

Ascolta la puntata con Balzano de ‘Il Domatore di aquiloni’

Il testo parte dal fatto che lo Smart working non sia né l’innovazione del secolo né una trasformazione inevitabile dell’organizzazione del mondo del lavoro né un’opportunità per tutti. “Scopriremo come, al contrario, nella spinta verso il lavoro sempre più ‘agile’ si nasconde la tendenza a renderlo sempre più rarefatto e meno rivendicabile, più sfibrato nei diritti e mortificato nella sua essenza”, scrive l’autore nel prologo del libro. Se il lavoro agile fosse adottato come paradigma generalizzato di lavoro, per esempio, non sembrerebbe esserci spazio per tre elementi principali su cui si fondano molti diritti del lavoratore: la materialità dello spostarsi dalla-verso la sede di lavoro; la fisicità del luogo di lavoro; lo scandirsi dell’orario lavorativo.

Svanisce il luogo di lavoro (e le sue tutele dei lavoratori)

A proposito di orario, tutto il tempo dedicato al lavoro dovrebbe essere ricompensato con una retribuzione a cui nemmeno il lavoratore ha diritto di rinunciare: sulla carta è un diritto inalienabile. Ma Bassano fa notare che ormai la pratica del lavoro straordinario non retribuito è sempre più diffusa nel mondo del lavoro dipendente, e che se applicata al mondo del lavoro da remoto sarebbe molto difficile da scardinare. “Benché una recente ricerca di Banca d’Italia consideri con favore il fatto che durante la pandemia i lavoratori da remoto abbiano ricevuto una retribuzione più elevata del 6%, è difficile pensare che quest’ultima possa tenere conto di tutte le ore effettivamente lavorate in più”, è il pensiero dell’autore del libro.

Inoltre, per Balzano non è assolutamente scontato che i benefit per i lavoratori in presenza, come i buoni pasto, siano ancora garantiti o convertiti in altro modo da remoto. Oppure che la postazione lavorativa sia resa sicura e salubre dal datore di lavoro, come oggi impone la legge, e che i costi generali per il suo funzionamento non ricadano completamente sui lavoratori e sulle lavoratrici. Infine sul tema del lavoro per obiettivi, al di fuori dell’orario predefinito di lavoro, spesso non equivale a lavorare meno e senza particolari stress.

Il testo si conclude con un appello ai grandi sindacati nazionali, chiamati a sviluppare un dibattito serio ed evolutivo sullo Smart working perché il rischio è che sia già tardi: “Chi vede nello Smart working una grande opportunità nel frattempo è all’opera per pianificare le prossime mosse”, è il monito dell’autore.

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