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Prossimità virtuale e tecnologie innovative per lanciare la nuova Manifattura

Da tempo i piani di trasformazione digitale della fabbrica – su tutti il Piano Transizione 4.0 (evoluzione di Industria 4.0 e Impresa 4.0 – promuovono la riprogettazione dei sistemi produttivi e di conseguenza anche tutte le attività delle diverse funzioni dell’organizzazione. Il futuro della Manifattura, certamente ancora legata a manualità e concretezza, passa sempre più dal digitale. Ed è da questo che dipende la competitività delle aziende, chiamate a pianificare e investire in soluzioni tecnologiche per ampliare il proprio mercato (o esplorarne di nuovi). Puntando allo stesso tempo alla sostenibilità ambientale.

“Intercettare i fenomeni e capirli per come si stanno manifestando, immaginando nuovi trend, business e scenari: le aziende devono anticiparli per garantire un futuro alla propria impresa”. È il pensiero di Chiara Lupi, Direttrice Editoriale della casa editrice ESTE, che a fine settembre 2021 ha introdotto il convegno FabbricaFuturo Venezia, di cui Parole di Management è stato Media Partner. I principali concetti emersi? Realtà aumentata e Intelligenza Artificiale (AI), transizione economica, economia circolare, ma anche Decentralized autonomous organization (Dao), ovvero la possibilità di creare un’organizzazione senza esseri umani, che esista in una base dati Blockchain e che segua le sue personali regole e leggi partendo proprio dalla convergenza di questa con l’AI.

Il coordinamento, in questo caso, è del tutto automatizzato. “Al raggiungimento del completo potenziale di Blockchain e AI, l’essere umano è destinato a sparire. Questo è ciò che alcuni studi ipotizzano, ma la speranza è che abbiano torto”: questa l’opinione di Carlo Bagnoli, Professore Ordinario del Dipartimento di Management dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, che tuttavia riconosce come in letteratura si stiano individuando sette futuri business model, sui quali le aziende dovranno agire. Si tratta di Crowd economy, fondata su comunità e condivisione; Free o Data economy, con l’accesso gratuito a un prodotto per raccogliere e quindi monetizzare dati sui clienti; Smart economy, per rendere intelligente ogni prodotto e processo grazie alla tecnologia. Oltre a questi, forse meno conosciuti sono la Closed-loop economy, fondata sul riuso dei rifiuti; l’approccio multiple world model che sfrutta la coesistenza del mondo reale e virtuale; e la Transformation economy per cambiare lo stile di vita delle persone. Per arrivare, appunto, alla Dao.

Secondo Bagnoli, per governare la complessità dei nuovi scenari manifatturieri un metodo efficace è la raccolta dei dati. Come fa Amazon: raccoglie informazioni per guidare acquisti e bisogni. “Ma questo porta anche a un’estremizzazione: potenzialmente, il rischio è arrivare ad avere un’unica azienda su tutti i settori, in grado di reggere il mercato e coordinarlo”, commenta il docente. In Blockchain, invece, i dati devono essere pubblici e distribuiti con algoritmi che non siano di decisione, ma di consenso. “E con questa tecnologia, senza una centralità, i costi si riducono”.

Questo il pensiero di Bagnoli sul futuro dell’economia manifatturiera, che – a suo giudizio – potrebbe avere anche un secondo obiettivo contrapposto all’egemonia dell’unica azienda: la concorrenza perfetta con imprese individuali di freelance che offrono i propri servizi senza costi di transazione. “Credo, tuttavia, che nessuno dei due scenari si possa concretizzare: il mercato non può sparire in favore del monopolio e la concorrenza perfetta non è raggiungibile. Piuttosto, si potrebbero creare modelli di business diversi da quelli attuali, dove l’essere umano possa continuare a ricoprire un ruolo centrale all’interno delle organizzazioni. Sembra avveniristico, ma in Silicon Valley sta già accadendo e il passo affinché l’innovazione arrivi qui è breve”, conclude Bagnoli. I dati, di certo, restano i protagonisti del futuro. Raccoglierli e interpretarli è necessario anche in Manifattura e non più solo negli ambiti virtuali. 

Ottimizzare il distretto: superare il concetto di prossimità fisica in favore di quella virtuale

Detto questo, per Enzo Rullani, Senior Researcher presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il futuro è da creare, più che prevedere, superando i difetti con cui tendenzialmente lo si guarda: il ‘presentismo’ che porta a gettarsi sulla sopravvivenza e sul giorno presente, ma anche l’approccio al digitale, che è da intendere come una transizione di vita e di lavoro e non come un mero cambiamento produttivo. “Il nuovo paradigma impone alle aziende di immaginarsi quali clienti e quali fornitori avranno, quali rapporti dovranno sviluppare con la politica e con le associazioni territoriali, ecc.”. Puntare solo all’efficientamento delle macchine significa, quindi, appiattire le possibilità date dal digitale.

Non si può poi parlare di futuro senza riferirsi ai distretti industriali su cui si fonda la storia italiana manifatturiera, per Rullani bisogna chiedersi come cambieranno evolvendosi il concetto di prossimità. Perché se prima si fondavano su quella fisica, oggi bisogna ragionare su quella connettiva e virtuale, che porta a rivedere anche il concetto di formalità e informalità. “La prossimità territoriale permetteva di non avere grandi database perché concorrenza e fornitura si fondavano sulla conoscenza diretta. Il digitale impone invece di comunicare con tutti, anche con chi sta lontano, rendendo ogni informazione accessibile e codificata anche nei confronti di chi culturalmente ti è diverso”.

La località del distretto potrebbe quindi diventare un ostacolo, che tuttavia è superabile facendo leva su ciò che di buono si metteva in pratica nel passato e traslandolo nel digitale. Il buono, per Rullani, è da ricercare nell’imprenditorialità diffusa tipicamente italiana, ma anche nel lavoro di filiera, che ha reso gli imprenditori e le imprenditrici capaci di gestire l’interdipendenza per usare bene il capitale, le idee e le macchine degli altri.

Puntare su dati, gemelli digitali e software

Di certo, orientarsi nel mare di prodotti digitali non è semplice. Negli anni passati il trend era parlare di trovare competitività attraverso le tecnologie. “Oggi, invece, di come i nuovi strumenti possano rendere flessibili e sostenibili le aziende, oltre che forti sui servizi. Ma da soli non bastano: servono anche le persone e i processi”. Gianni Dal Pozzo, Amministratore Delegato dell’azienda di consulenza Considi, parla di flessibilità delle tecnologie, suggerendo anche come queste dovrebbero essere adottate seguendo un percorso graduale. “Prima di tutto bisogna concentrarsi su sistemi che permettano la raccolta dei dati; si passa poi alla loro analisi per poterli utilizzare; e solo successivamente al gemello digitale, un avatar del processo manifatturiero per prevedere e monitorare il lavoro”.

Capitale umano e sviluppo delle competenze, strettamente connessi all’interazione e all’integrazione dei processi, sono un punto fondamentale della trasformazione anche per Sergio Cassinelli, General Manager di Miraitek4.0, partner industriale per l’integrazione di soluzioni di Industria 4.0, insieme con l’ecosistema di servizi integrati che ormai ogni azienda dovrebbe offrire, non focalizzandosi solo su un prodotto. “Anche nel Manifatturiero questi aspetti sono essenziali. Non esiste l’azienda che lavora da sola e l’integrazione è sia interna sia esterna, con le diverse realtà che cooperano”, fa notare. In tutto questo, a emergere come protagonisti sono i software, piattaforme che permettono di sviluppare relazioni con clienti e fornitori e allo stesso tempo di valorizzare il capitale umano aziendale.

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