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title: Primo maggio, tanto lavoro per nulla
description: La fotografia del lavoro in Italia – in occasione della Festa dei Lavoratori del 1 maggio 2026 – restituisce un quadro meno lineare di quanto possa inizialmente sembrare dopo aver consultato i dati ufficiali Istat. Il mercato occupazionale continua a mostrare elementi di tenuta, ma anche (e soprattu...
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date: 2026-04-30
author: Lorenzo Sernicola
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# Primo maggio, tanto lavoro per nulla

![Primo maggio, tanto lavoro per nulla](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/04/Copertine-PdM-25-p882wp-1024x683.png)

La fotografia del **lavoro in Italia** – in occasione della **Festa dei Lavoratori **del 1 maggio 2026 – restituisce un **quadro** **meno lineare** di quanto possa inizialmente sembrare dopo aver consultato i **dati ufficiali Istat**. Il mercato occupazionale continua a mostrare elementi di tenuta, ma anche (e soprattutto) **segnali di fragilità**.

Ci sono alcuni indicatori senza dubbio positivi: **il tasso di occupazione **in Italia è in **salita costante** da almeno 20 anni, e si assesta oggi intorno al **62,4%** (contro il 57% del 2006). Il **tasso di disoccupazione** è anch’esso ai **minimi storici**, al **5,3%** (nel biennio 2012-13 aveva toccato il picco del 12%, dato più alto degli ultimi 20 anni).

Per leggere i dati, però, non basta osservare quanti lavorano, **bisogna capire** **chi lavora**, con quale continuità e quali segmenti restano più esposti. Quanto sono solidi** i percorsi di ingresso e** **permanenza nel lavoro**? Quali gruppi (per età, genere o posizione professionale) continuano a mostrare condizioni di **maggiore vulnerabilità**?

## L’occupazione sale (non per forza è una buona notizia)

Benché il tasso di occupazione sia il più alto registrato negli ultimi anni, resta ben lontano dal tasso di **occupazione medio dell’Unione europea **del 76%**,** mettendoci immediatamente all’**ultimo posto nella classifica continentale**. Questo è il segnale che il mercato del lavoro in Italia si basa su **equilibri instabili** e **fatica a crescere** con costanza negli indicatori che corrispondono a reale crescita e solidità del mercato.

A **febbraio 2026** il mercato del lavoro italiano ha registrato tra l’altro una **piccola flessione **nel breve periodo: gli occupati sono diminuite di 29mila unità rispetto a gennaio (-0,1%), mentre le** persone in cerca di lavoro **sono aumentate di 36mila unità (+2,7%) e gli **inattivi** sono restati sostanzialmente stabili. Il** calo degli occupati** ha colpito soprattutto gli **uomini**, i** lavoratori dipendenti** e la fascia centrale del mercato del lavoro, quella tra **25 e 49 anni**. Al contrario, è cresciuta l’occupazione tra** le donne**, **gli autonomi**, **i 15-24enni** e gli **Over 50**.

## Donne, Over 50 e liberi professionisti trainano la crescita

La crescita del **tasso di occupazione femminile** sembra senz’altro un dato positivo, a meno che non si confronti con l’impietosa (per noi) **media Ue**. All’inizio del 2026, il tasso di occupazione femminile in Italia ha** raggiunto circa il 53,3%**: ovvero **lavora solo una donna su due**, contro le sette su 10 della media europea. **L’Italia **è ancora una volta **all’ultimo posto in Europa**. E anche il **divario di genere** è marcato, con un tasso di occupazione maschile superiore di circa 17-19 punti percentuali.

Anche **l’aumento dei** **liberi professionisti** in Italia indica una crescita numerica (1,378 milioni nel 2024, +1,3% annuo), guidata soprattutto dalle donne e in particolare nelle regioni del Sud. L’Italia si conferma uno dei Paesi europei con la **più alta incidenza di professionisti**, nonostante la complessità burocratica e i divari reddituali ancora presenti. Nel settore esiste infatti un **forte** **gap salariale di genere**: 54mila euro medi annui per gli uomini contro 29mila per le donne (dati: Confprofessioni 2025). È cresciuto quindi il **numero delle professioniste**, ma non necessariamente la loro **forza economica**. Questo dato potrebbe nascondere una **realtà sommersa**: mancanza di flessibilità, impossibilità di conciliare esigenze familiari e lavorative, scarsa attrattività del mercato del lavoro. Cause sociali e strutturali per cui il **ripiego sulla libera professione** è per molti l’unico **accesso possibile al mondo del lavoro**.

Anche il trend di crescita degli occupati **Over 50** nasconde un lato oscuro. Il dato occupazionale generale, infatti, è trainato dai lavoratori con più di 50 anni, con oltre **400mila nuovi occupati **in questa fascia nel 2025 (+4,2%). A fronte di un calo giovanile, **i senior hanno superato i 10 milioni**, diventando il perno del mercato del lavoro a causa dell’invecchiamento demografico e dell’aumento dell’età pensionabile.

## Disoccupazione ai minimi storici, ma non dove conta

Come anticipato, il dato della **disoccupazione **ai suoi **minimi storici**; tuttavia, cela della **ambiguità** **di fondo**. Nonostante la **disoccupazione giovanile** (fascia 15-24 anni) sia in calo (ha toccato il 17,6%, contro il 43,40% del gennaio 2014), il dato rimane sempre **uno dei più alti in Europa**. La media dell’area euro si attesta infatti intorno al 14-15%. L’Italia, pur avendo fatto progressi, rimane tra i fanalini di coda (insieme con Spagna e Grecia) per **occupazione Under 25**, con una forte incidenza di **giovani Neet **e gravi disparità regionali.

I **Neet**, acronimo inglese per *Neither in employment, education or training*, sono **giovani** che non studiano, non lavorano e non fanno formazione. Secondo una ricerca **Openpolis **del febbraio 2026, ripresa da *Il Sole 24 Ore*, anche per questo infelice dato l’Italia ‘vanta’ la posizione di **secondo Paese dell’Ue **con la più alta percentuale di Neet, dopo la Romania. Il **Sud Italia** presenta tassi significativamente più alti, con regioni come Sicilia, Campania e Calabria che registrano percentuali tra il 25% e il 30%. Molteplici, e strutturali, le cause del fenomeno. Alcune sono riconducibili al mercato del lavoro e alla situazione demografica italiana: **mismatch **fra le competenze acquisite dai** giovani **e le **esigenze delle aziende**, debole collegamento fra **scuola e lavoro**, aumento dell’età pensionabile che ‘congela’ per anni il ricambio generazionale. Altre cause sono squisitamente sociali: **sfiducia dei giovani** verso il mondo del lavoro e verso le istituzioni, contesti familiari ed educativi fragili.

## La piaga del lavoro povero

Senza arrivare all’estremo dei Neet, però, si può osservare una più generale **disaffezione dei giovani **verso il lavoro. Non si tratta necessariamente di rifiuto dell’occupazione in sé, quanto piuttosto di una **crescente distanza** rispetto a un mercato percepito come poco attrattivo, scarsamente meritocratico e **incapace di offrire prospettive solide**. In questo quadro si inserisce anche il tema del **lavoro povero**, che aiuta a spiegare almeno in parte il disincanto delle nuove generazioni.

Avere un** impiego**, infatti, non coincide più automaticamente con la possibilità di costruirsi **un’autonomia economica**. Contratti precari, part-time involontario, salari bassi e carriere intermittenti rendono sempre più frequente la **condizione di chi lavora **e resta comunque in una** situazione di fragilità**. Per molti giovani l’ingresso nel mercato del lavoro non rappresenta quindi una soglia di stabilità, bensì l’avvio di una** lunga fase di incertezza**. È anche per questo che il lavoro povero non è solo una questione economica: è un fattore che alimenta sfiducia, rinvio dei progetti di vita e **progressivo distacco dal** **patto sociale** che lega formazione, impegno e possibilità di miglioramento.

## Squilibri strutturali e incentivi fiscali

Leggendo i dati sul lavoro in Italia, quindi, il rischio maggiore è quello di scambiare per miglioramento ciò che in parte è ancora **adattamento alla difficoltà**. Se ci sono più donne al lavoro, più autonomi, più senior occupati non è perché il mercato sia diventato più equo o più dinamico, ma perché **imprese e lavoratori **stanno cercando di **compensare squilibri strutturali** (demografici, salariali e organizzativi) che pesano sul presente e sul futuro del Paese. **Il mercato del lavoro** italiano non è fermo, ma continua a muoversi in **modo difensivo**.

Una prova su tutte: il lavoro cresce, nei numeri, ma l’**economia italiana**… no. Secondo le stime preliminari Istat, nel **primo trimestre del 2026** l’economia italiana si muove appena, con un **Pil a +0,2%** sul trimestre precedente e **+0,7%** su base annua, in lieve rallentamento rispetto alla fine del 2025. A tenere in piedi il dato sono soprattutto i servizi, mentre **industria e agricoltura arretrano**; inoltre, dal lato della domanda, il **contributo interno è negativo** e a sostenere il risultato è soprattutto la componente estera netta. I dati sul lavoro, se letti insieme all’andamento economico generale, sembrano confermare un Paese che resta in **equilibrio precario** e continua a crescere troppo poco.

In questo quadro si inserisce anche il nuovo **Decreto legge Lavoro **(noto anche come Decreto 1 maggio), approvato dal Governo nella serata del 28 aprile 2026, che punta a **rilanciare l’occupazione **con una nuova **tornata di incentivi** alle assunzioni: bonus per donne, giovani Under 35 e lavoratori della Zes Unica, tutti basati su una **decontribuzione fino al 100% **per i nuovi contratti stabili. L’obiettivo è di sostenere l’ingresso o il rientro nel mercato del lavoro delle categorie considerate più fragili. Anche la tanto discussa **norma sul ‘salario giusto’,** inserita nel Decreto, ha fatto molto parlare di sé anche se rischia, nei fatti, di [riguardare un numero esiguo di lavoratori](https://www.paroledimanagement.it/risorse-umane/pagati-il-giusto/).

Resta però una questione sospesa: **gli sgravi **possono sì **facilitare le assunzioni**, ma difficilmente bastano da soli a **risolvere problemi più strutturali**, come salari bassi, precarietà e scarsa attrattività del lavoro per una parte crescente dei giovani.

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