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Praticare il convivialismo

Il convivialismo può essere considerato come l’erede del meglio – e soltanto del meglio – di ciò che hanno teoricamente elaborato e storicamente prodotto il liberalismo, la socialdemocrazia, il neo-liberismo, il comunismo e l’anarchismo.

Può sembrare arbitrario e provocatorio avvicinare e integrare prospettive ideologiche che, dai tempi della Prima rivoluzione industriale, si sono (e sono state) duramente contrapposte. Ma l’emergenza planetaria in cui ormai ci troviamo e di cui, grazie anche alla pandemia, siamo sempre più consapevoli, ci può finalmente indurre a passare dalla logica della contrapposizione a quella dell’integrazione, dalla logica esclusiva dell’aut aut a quella inclusiva dell’et et.

Per facilitare e accelerare il complesso – e il niente affatto scontato – processo di transizione ecologica necessario ad assicurare un futuro a noi stessi e alle prossime generazioni, dobbiamo cambiare il nostro modo di lavorare e di produrre (che dipende da alcuni e non da tutti), ma al tempo stesso dobbiamo cambiare il nostro modo di consumare e di vivere (che dipende da ciascuno e da tutti).

Verso un nuovo modo di produrre e consumare

Bellezza, eccellenza, eleganza, gentilezza: su questi quattro pilastri potrebbe fondarsi un nuovo modo di produrre e di consumare, compatibile con la transizione ecologica e ispirato alla (e dalla) prospettiva con-vivialista (Internazionale Convivialista, L’arte di vivere insieme. Secondo manifesto convivialista, Prefazione di Elena Pulcini, Feltrinelli 2020).

Su questi quattro pilastri potrebbe al tempo stesso fondarsi, d’ora in poi, il nostro personale modo di lavorare, di consumare e di vivere, scegliendo, invece di limitarci a parlarne e a discuterne, di praticare il convivialismo. Da una crescita che ha privilegiato – e privilegia – la quantità (e l’avidità, l’appropriazione, l’esibizione) possiamo – e dobbiamo – al più presto passare a una crescita che privilegi la qualità e l’umanità, la con-vivialità, la relazione.

Sia la prospettiva dell’austerità, proposta all’inizio degli Anni 80 del XX secolo da Enrico Berlinguer, sia quella della decrescita felice, avanzata all’inizio di questo millennio da Serge Latouche, erano viziate da scelte linguistiche gravemente infelici, che le hanno rese poco attraenti o decisamente sgradevoli. Entrambe evocavano infatti passioni tristi (autolimitazione, colpevolizzazione, penalizzazione) invece di suscitare entusiasmo, gioia, condivisione.

La “con-vivialità”, cui fa riferimento il convivialismo, è assonante con la sobrietà, oltre che con la sostenibilità, ed è fondata non solo sulla costruzione e sulla condivisione del bello, del buono e del meglio, ma anche sulla lotta a ogni possibile spreco e a tutto ciò che risulta essere dannoso per la natura, per noi stessi e per i nostri simili.

Le dimensioni del convivialismo sono molteplici: soggettiva e inter-soggettiva, personale e professionale, aziendale e sociale, nazionale e inter-nazionale, locale e globale, e infine – last but not least – musicale e orchestrale. A questo proposito, Marie-Pierre Lassus docente all’Università di Lille (Pour une musicalité sociale: l’Orchestre Participatif. Vers une démocratie convivialiste?) ha scritto: “Nei tempi difficili in cui oggi viviamo, la musica come pratica relazionale può contribuire alla costruzione di una società basata sul convivialismo e sui suoi valori, grazie a una pratica collettiva fondata sull’opposizione creatrice, facendo appello alla nostra comune umanità e socialità”.

L’arte della con-vivenza e musicalità sociale

Dalla contrapposizione possiamo – e dobbiamo – passare all’integrazione tra competizione e collaborazione, tra egoismo e altruismo, orientando le nostre azioni verso la competizione collaborativa e la collaborazione competitiva, verso l’egoismo altruistico e l’altruismo egoistico.

È proprio questa integrazione a guidare costantemente l’esperienza di ogni orchestra sinfonica, concepita e praticata come orchestra partecipativa. Conseguentemente una pratica musicale collettiva (orchestrale) può contribuire alla creazione di una democrazia convivialista, guidata dall’arte della convivenza invece che dal culto dell’io, dall’indifferenza e dall’avidità.

Concludo ancora con le parole di Lassus, che sono musica per le mie orecchie e che mi auguro possano esserlo anche per chi legge: “La pratica musicale collettiva ha la capacità di creare ponti tra le culture e di divenire un vero progetto etico, filosofico e politico che aiuta a comprendere il mondo, oggi caratterizzato dalla cifra del mélange. È tempo di seminare orchestre, accessibili a tutti, per (ri)creare legami tra le persone e generare musicalità sociale, portatrice di convivialismo e di opposizione creatrice, che sono le vere ricchezze dell’umanità”.

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