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Perché in azienda servono (anche) lavoratori non superstar

Nelle culture orientate alla carriera domina la narrativa della superstar dell’ufficio. In altri termini, i dipendenti di spicco con la migliore reputazione e le idee più brillanti; le persone in prima linea per un aumento, una promozione o un premio per il dipendente del mese. Passiamo molto tempo a lodare i lavoratori ‘eccezionali’, ma il lavoratore ‘medio’ è altrettanto importante. Perché quindi non riceve il riconoscimento che meriterebbe?

Per quanto ci piaccia considerarci bravi nel nostro lavoro, la stragrande maggioranza delle persone non è al top della graduatoria. Essere semplicemente competenti al lavoro e nulla di più non è a ogni modo una brutta cosa. E poi non tutti i lavoratori vogliono essere i migliori. Le ricerche, in effetti, sostengono che il lavoratore medio è essenziale, forse anche più della superstar.

Dal Kansas, negli Stati Uniti, Paul White, Psicologo specializzato in cultura del posto di lavoro, ha fatto sapere alla BBC, che la similitudine più calzante è quella, dal suo punto di vista, del football americano: “Puoi avere in squadra il miglior quarterback, running back o ricevitore. Ma se il resto del team non è composto da elementi solidi, quelle stelle non possono esibirsi”.

Un lavoratore nella media, ha spiegato Danielle Crough, Docente di Psicologia Organizzativa presso l’Università del Nebraska, è un colui/colei che soddisfa le aspettative, né più né meno. Ed è una realtà per molte più persone di quanto non si possa pensare: “La realtà è che molti collaboratori non vogliono essere delle star. Hanno famiglia, figli, altre priorità. Non vogliono più responsabilità né eccellere sul lavoro. Ma essere nella media non significa che la carriera si sia bloccata o che le sue capacità siano stagnanti”.

Il lavoratore medio non si sente riconosciuto

In una cultura delleccezionalità, però, fare ciò che ci si aspetta non è visto come una conquista. Questo è un grosso problema, perché la mancanza di riconoscimento può portare rapidamente a sentirsi sottovalutati e persino spingere i lavoratori a lasciare la propria occupazione. In questa logica, secondo la stima di White, i contributi del 50% o 60% delle persone, poiché non sono eccezionali, passano completamente inosservati. “Il vero problema è che quasi l’80% delle persone che lasciano il lavoro volontariamente cita la mancanza di apprezzamento come un fattore importante”, ha spiegato lo psicologo statuinitense. Il dato proviene da uno studio dell’OC Tanner Institute, società di employee recognitionc con sede nello Utah, che ha anche mostrato che il 65% degli americani ha dichiarato di non aver ricevuto il giusto riconoscimento al lavoro.

I dipendenti che soddisfano, ma non superano, le aspettative non stanno facendo il minimo indispensabile, ha precisato Crough, bensì stanno facendo esattamente quello che dovrebbero: “Fare quello che dovresti fare è davvero speciale. Il lavoratore coerente è prezioso e dobbiamo dargli ancora più credito in questi giorni”. Anche, per esempio, non legando necessariamente gli aumenti alla promozione: “Continuare a offrire aumenti e bonus a questi lavoratori è una buona cosa. In generale, è importante far sapere alle persone che i loro sforzi sono riconosciuti“.

Secondo White, le aziende e i leader in grado di comprendere quotidianamente il valore delle persone che lavorano, prestando loro attenzione, sono tra quelli di maggior successo, specie da quando con la pandemia sempre più collaboratori stanno abbandonando le loro occupazioni alla ricerca di un migliore equilibrio nelle proprie vite. Ha concluso lo psicologo: “Non si tratta solo di produttività, ma anche di retention e degli effetti benefici del saper creare un’ambiente positivo in azienda”.

Fonte: BBC

L’articolo Perché in azienda servono (anche) lavoratori non superstar proviene da Parole di Management.

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