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Per tutti, ovunque, comunque: l’accesso al web come diritto

La sfera dei diritti individuali non è più fatta solamente di lavoro, salute e istruzione. Nella percezione collettiva è ormai incluso stabilmente l’accesso a internet. L’accelerazione digitale avvenuta durante il Covid-19, infatti, sembra aver segnato l’inizio della stagione dei “diritti digitali”. Non sorprende allora che per l’86% degli italiani la connettività alla Rete sia ormai da considerare un “diritto di relazione” (o di libertà di relazione) che deve essere garantito a tutti. Questo perché la relazionalità sul web, abbattendo le distanze, è stata decisiva per la resistenza collettiva nella pandemia, e potrà esserlo ancora se integrata con quella fisica nel prossimo futuro.

Lo rivela il rapporto realizzato dall’istituto di ricerca socio-economica Censis in collaborazione con WindTre dal titolo Il valore della connettività nell’Italia del dopo Covid-19. La ricerca è nata con l’obiettivo di delineare le priorità per i cittadini in materia di innovazione digitale, di sostenibilità dei progetti di modernizzazione infrastrutturale, di scelte per il futuro sviluppo e la crescita del Paese, con particolare riferimento alla platea dei più giovani.

Proprio in quanto grandi utilizzatori del web, i giovani intervistati (tra i 18 e i 24 anni) si sono detti pronti potenziare la propria connessione su linea fissa e/o attivarne una, se non ce l’hanno. La frequenza d’uso li rende da un lato più consapevoli dei rischi di dipendenza legati agli eccessi, dall’altro più favorevoli all’introduzione del 5G. Nella scelta degli operatori Tlc sono più attenti delle altre generazioni agli aspetti di qualità, affidabilità e velocità delle connessioni, requisiti per cui – più di adulti e anziani – sono disposti a pagare qualcosa in più.

Altri fattori importanti per tutti sono la disponibilità di servizi di sicurezza informatica, che tutelano dal rischio di frodi online (per il 31% delle persone intervistate) e l’esistenza di barriere di accesso per i minori (20%). E proprio agli operatori, prima di altri attori sociali, si chiede di garantire il diritto universale alla connessione, insieme con un impegno esplicito e concreto nella tutela ambientale (11%), messa a disposizione di servizi sanitari a distanza (9%), servizi di formazione per le competenze digitali (7%), disponibilità di contenuti extra come film e calcio (5%). Un insieme di fattori ritenuti importanti, per cui, come anticipato, il 44% delle persone coinvolte nello studio sarebbe pronto a pagare qualcosa in più per averli (52% tra i laureati, 60,5% tra i redditi alti).

Rimuovere gli ostacoli, in primis quelli economici

Gli italiani ritengono anche indispensabile ridefinire la distribuzione del valore creato sul web, facendo pagare ai colossi come Google e Facebook una tassa a favore degli operatori della connessione (83% dei rispondenti). Su questo tema sono recenti gli accordi internazionali sul Global minimum tax, cioè il sistema di tassazione concordato il 1 luglio 2021 in sede Ocse (lo hanno approvato 131 Paesi su 139) che prevede per le multinazionali con un fatturato annuo di almeno 750 milioni di dollari un’aliquota minima di almeno il 15% in ogni Paese dove operano, indipendentemente da dove si trovi la sede legale.

“La pandemia ci ha costretto a confrontarci con i problemi che avevamo già dalla crisi del 2008, uno choc che impone non solo proiezione al futuro, ma uno sforzo di lettura del passato”, ha affermato Giorgio De Rita, Segretario Generale Censis presentando lo studio. Uno dei problemi è proprio l’accesso a internet, che non tutti si possono permettere per motivi economici, o di territorio sprovvisto dell’adeguata copertura. L’8% degli italiani, infatti, non è ancora connesso al web. E guardando al loro profilo, emerge che si tratta di chi ha un basso livello di scolarizzazione (29,5%), mentre il tasso cala al 5% tra diplomati e all’1,5% tra chi ha una laurea; sono più donne (11%) che uomini (5%); più anziani (26%) che adulti (2%) e giovani (0,5%); più i bassi redditi (17%) mentre la totalità dei redditi alti ha una qualche connessione; in quote analoghe tra Nord Ovest (7,5%), Nord Est (9%), Centro (8%), Sud e isole (9%).

A parte dirsi d’accordo nel far pagare la tassa ai colossi del web, una soluzione fattibile per otto italiani su 10 sarebbe che la connessione a internet fosse per intero – o almeno in parte – a carico della fiscalità generale. “Non è quindi un’ingenua richiesta di gratuità. Piuttosto gli italiani si dividono tra chi lo vede come un diritto universale, e quindi a carico della fiscalità generale, e chi invece ritiene che comunque dovrebbe esserci, come accade in altri ambiti, una qualche forma di compartecipazione differenziata per disponibilità economica”, ha spiegato De Rita.

“Per garantire questi servizi servono maggiori investimenti”, ha commentato Roberto Basso, Direttore External Affairs and Sustainability WindTre. “Dal 2007 a oggi gli operatori di telecomunicazioni hanno investito 100 miliardi di euro per le Reti, 6 miliardi dei quali direttamente da WindTre negli ultimi cinque anni”. È per questo che non si è detto stupito del fatto che le infrastrutture di Rete del nostro Paese abbiano retto durante pandemia, come è emerso dal rapporto Censis: l’89% degli italiani ha infatti espresso una valutazione positiva del funzionamento della connessione nella propria abitazione durante i mesi di lockdown. “Se così non fosse stato, è lecito dire che l’impatto economico e sociale del Covid-19 sarebbe stato ben maggiore: sarebbero state bloccate attività decisive come lo studio e tante attività professionali, interi settori economici e anche la Pubblica amministrazione”, ha concluso Basso.

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