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Parità (salariale) in che senso?

La parità di retribuzione fra uomini e donne, per lo stesso ruolo nel lavoro, sancita formalmente dal Senato è ora legge. È una buona notizia: afferma il diritto di essere retribuiti, uomini e donne, nello stesso modo. Le parole sono importanti, ma non quanto i fatti.

La legge, infatti, riguarda le imprese con più di 50 dipendenti, che devono comportarsi correttamente e darne evidenza in report con informazioni su inquadramenti, retribuzioni e criteri di selezione per l’inserimento di uomini e donne nel processo produttivo. Bene. Anzi, benino. Perché il 93% delle aziende italiane ha meno di 16 dipendenti.

Ma andiamo con ordine. E iniziamo dalla situazione che questa legge deve affrontare. Osservando i dati del pay gap in Italia, balza all’occhio un altro elemento critico: più le donne sono istruite, meno vengono pagate rispetto ai colleghi uomini. Il report sul gap retributivo di Jobpricing evidenzia che nei ruoli tecnici e professionali il gap retributivo di genere è del 5,4%; per i ruoli intermedi sale al 10,4% fra i non laureati, al 38,4% fra i laureati e addirittura al 46,7% fra chi ha conseguito un master. Stiamo parlando di gap retributivo? No. Stiamo parlando di governance. Nelle imprese, nelle professioni, nelle istituzioni. Cioè del potere.

Forse le donne sono discriminate perché non sono abbastanza brave? Oppure c’è un’altra ragione? Il fatto è che le donne raggiungono posti di reale potere solo quando sono cooptate dagli uomini. Il livello medio ormai lo raggiungono con facilità. Quando la selezione è operata in base al merito, non hanno difficoltà a occupare i posti che spettano loro. Ma sopra, nella zona oltre il tetto di cristallo, ci arrivano solo quelle che sono selezionate dagli uomini in base alla loro somiglianza proprio al genere maschile, all’appartenenza al loro mondo, alla condivisione dei loro valori. “È triste ammetterlo: le donne che comandano sono uomini”, scrisse qualche tempo fa il giornalista Claudio Sabelli Fioretti.

Il pericoloso disinteresse dei giovani

Quarant’anni di storia femminista ci hanno mostrato che è possibile riconoscere i modelli positivi o negativi che ci condizionano. Ed è possibile scegliere di non adottarli. O di smantellarli. Ma per tali scelte è necessaria una nuova consapevolezza: individuale e collettiva. Ci interessa intervenire a questo livello? Sono pronti i giovani? Non è emerso dai nativi digitali un contributo dirompente nel ripensare la visione del mondo e delle regole dell’economia, se non forse una maggiore sensibilità verso i temi dell’ambiente.

La New economy è ancora basata sul vecchio consumismo e sull’individualismo. Il risultato è un nuovo proletariato, sempre interconnesso, che non ha certezze. Neppure che dopo gli studi arrivi il lavoro. E questo provoca nei ragazzi e nelle ragazze una profonda angoscia esistenziale. Il tema della parità di retribuzione diventa un obiettivo secondario.

Le donne – quasi la metà della popolazione mondiale – mostrano, in modo più o meno consapevole, un profondo disagio verso il modello di sviluppo dominante. In vaste aree del Pianeta, la donna vive ancora condizioni di povertà e sottomissione. Nei territori e nei ceti sociali privilegiati, una parte delle esse sta rendendo esplicita un’istanza di cambiamento di molti aspetti del modello sociale.

Rimettere in discussione le vere questioni di genere

Il pensiero della differenza, elaborato negli Anni 80, è stato un pilastro della concezione femminista. E anche coloro che non si riconobbero nel pensiero femminista condivisero il diritto delle donne di essere diverse e non emarginate per la loro diversità. E di uscire dallo stereotipo culturale che vorrebbe la donna impegnata prioritariamente nella cura della famiglia. E, nel lavoro, in funzioni ancillari, di staff anziché di line. Alcune ricerche mostrano che le donne, anche lavoratrici, dedicano alla spesa, alla casa, ai figli e ai genitori anziani più di cinque ore al giorno. E gli uomini, nel frattempo, che fanno?

Certo che colmare il gap salariale è rilevante. Un salario inferiore della donna significa anche una pessima vecchiaia. Il reddito da pensione di un ultra 65enne maschio supera del 40% quello di una donna della stessa età. La pensione delle donne italiane, nel 50% dei casi, non raggiunge i 1.000 euro al mese e più del 15% ne prende meno di 500 (dati Inps). E, dal momento che le donne vivono mediamente più degli uomini, questo genera una povertà diffusa in tarda età. Difficile mettere mano a questi disequilibri, affrontando solo la punta dell’iceberg, senza mettere realmente in discussione l’attuale modello economico, di società, di governance, di leadership.

Cristina Melchiorri è autrice del libro Gocce di leadership  (ESTE, 2020).
Per informazioni sull’acquisto del libro scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

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