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Non di sola tecnologia vive la fabbrica

Abbiamo ripreso dal Nord est a parlare di futuro della fabbrica. Nuovi modelli di business, catene globali del valore, nuovi servizi agganciati ai prodotti, impianti produttivi connessi. Tutto è filato liscio fino al momento dedicato al confronto con gli imprenditori. Chi pensava di ascoltare solo casi eccellenti di impianti produttivi connessi deve essere rimasto deluso. Un imprenditore del settore alimentare ha acceso la miccia. Da otto generazioni (dal 1784), Brazzale è un’azienda attiva nella produzione lattiero casearia e Roberto Brazzale non ha raccontato delle strategie di delocalizzazione di una parte della produzione, di che cosa significhi per la sua impresa innovare un prodotto alimentare, di come agganciare un servizio ai suoi prodotti. Ha affondato immediatamente il dito in uno dei problemi più rilevanti che rischia di compromettere il nostro futuro: il deserto demografico.

Non è risolutivo continuare a focalizzarsi sulle competenze che non ci sono. Certo, è un problema al quale porre rimedio con una maggiore orientamento verso alcune discipline, ma tra 20 anni, se andremo avanti di questo passo, non mancheranno i diplomati agli ITS o i laureati nelle materie STEM, bensì mancheranno i giovani. Il nostro Paese sta invecchiando: i dati a disposizione indicano che nel 2021 la soglia dei nuovi nati scenderà sotto le 400mila unità, una cifra mai così bassa dall’unità d’Italia. Dubbia anche l’efficacia delle risorse che il Piano nazionale di ripresa e resistenza (Pnrr) destina ad asili nido e scuole dell’infanzia: si tratta di 4,6 miliardi di euro che rischiano di essere convogliati nei territori più capaci di gestire la progettualità, tipicamente il Nord, mentre sarebbe il Sud più bisognoso di intervento. E comunque circoscrivere il problema agli asili è riduttivo.

La questione va affrontata dalle fasi precedenti, analizzando le cause più che focalizzarsi sugli effetti. Perché i figli non rientrano più nell’orizzonte dei giovani, ma cominciano a entrare nella progettualità di coppie mature, con evidenti impatti sulla fertilità? La risposta non è difficile: i figli costano, lo Stato non aiuta e le aziende non supportano le donne. Un triangolo infernale che conferma quanto l’Italia sia ormai un Paese di vecchi, non più in grado di reggere quel patto sociale nel quale i giovani sostengono gli anziani con il loro reddito. Già oggi sta accadendo il contrario e sono le pensioni dei nonni ad aiutare i nipoti…

Agire per trovare soluzioni resta un onere delle aziende

Le istituzioni non fanno nulla, o poco, quindi, ha sostenuto Brazzale, spetta agli imprenditori rimboccarsi le maniche. Invece di riempirsi la bocca con improbabili dichiarazioni scritte nei bilanci sociali, le imprese devono garantire che le donne possano ritrovare il loro lavoro dopo la maternità, devono assicurare loro che il non demansionamento e che la maternità duri più a lungo per consentire alle famiglie di assestarsi. Copiare le misure prese da altri Paesi per risolvere il problema potrebbe essere un inizio: nella Repubblica Ceca (dove ha sede un caseificio di Brazzale) la maternità può durare sino a 110 settimane. Oltre alla sostenibilità della misura c’è da chiedersi se con congedi parentali così lunghi le persone non accumulino gap di competenze, ma anche qui l’imprenditore ha risposto categorico: “Solo le aziende più virtuose sviluppano progetti di formazione continua. E poi una mamma che ha vissuto serenamente il suo periodo di maternità e rientra al lavoro quando l’organizzazione familiare si è stabilizzata, è molto più motivata, ha lasciato dietro di sé il carico d’ansia che inevitabilmente si accumula nel momento in cui si è costretti a delegare la cura del bimbo, ed è in grado in pochissimo tempo di colmare tutti i gap”.

Il mondo imprenditoriale, dunque, non può esimersi dal ricercare soluzioni. Se la politica non lo fa, o prende iniziative inefficaci (per esempio l’assegno unico), chi guida le aziende deve prendere l’iniziativa. Questo significherebbe interpretare correttamente il concetto di responsabilità. E qui si apre un capitolo che merita un approfondimento. Che cosa significa responsabilità sociale? Ce lo ha spiegato bene Chiara Mio, Professoressa Ordinaria di economia aziendale presso Ca’ Foscari: consumare meno, non è sufficiente. Sostituire il combustibile fossile con energia pulita non basta se non si cambia il paradigma di sfruttamento delle risorse: si avranno cambiamenti radicali quando, per esempio, il car sharing che modifica il concetto legato all’utilizzo dell’auto privata. Per questo parliamo di ‘transizione’, in quanto ci stiamo confrontando con cambiamenti epocali che richiedono risorse economiche e culturali.

Tra i cambiamenti che potrebbero contribuire a risollevare i dati sull’occupazione femminile c’è l’auspicato abbattimento del divario salariale. Messo sul piatto della bilancia il salario e il costo del lavoro di cura, l’opzione ‘outsourcing’, che consentirebbe di mantenere il lavoro e gestire la maternità, non risulta praticabile. E se mancano diplomati ITS bene sarebbe, propone Mio, assicurare alle ragazze che a parità di impiego siano pagate come i maschi. Oggi non è così, in barba alle sbandierate politiche di diversity & inclusion di molte aziende. Se questi temi sono emersi in un convegno dedicato al futuro della fabbrica significa che per dare sostanza alla Digital transformation non servono solo tecnici. La fabbrica, per garantirsi un futuro, ha bisogno di persone. Tecnologia, ma anche testa e cuore.

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