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Mentor, radici e sogni in azienda

Vi ricordate Tiresia, indovino della mitologia greca interpretato dallo scrittore Andrea Camilleri in una magistrale conversazione in cui persona e personaggio si fondono? Quell’uomo fuori dal tempo, interrogato da Ulisse nell’Ade, mi ha richiamato alla mente il nonno che ha guidato i miei passi di bambino, il quale mi narrava storie di una vita che mi appariva secoli lontana. Chi ha avuto un nonno lo sa bene. Chi non lo ha avuto, ma ha incontrato nel proprio percorso un anziano che lo ha guidato nei passi più difficili, ne ha conosciuto un mentore. Gli anziani sono alberi vivi per la next generation, perché non di solo Recovery plan nutriremo il futuro rendendolo sostenibile per chi viene dopo di noi, come afferma Salvatore Farì nel libro Radici e sogni (Palumbi, 2021). Sono molti i gesti e le azioni che gli anziani, nonni o no, sanno donare ai giovani in un’epoca in cui, proprio questi ultimi, tra Didattica a distanza (Dad), lockdown e precariato sono stati rapinati del futuro. Dall’altro si è esaltata in tutte le salse, ma soprattutto in politica, la rottamazione del vecchio come superfluo, ostacolo al nuovo e icona dell’obsoleto. Eppure Ulisse avvertì il bisogno di discendere nel regno dei morti, pur di consultare il vecchissimo Tiresia sul suo viaggio per tornare a casa. E in azienda? Nessuno che voglia interrogare i Tiresia di casa propria per capire come affrontare il viaggio all’uscita dal tunnel della pandemia?

Mai come oggi abbiamo bisogno di mentor e di mentorship. Si tratterebbe solamente di mettersi seduti davanti ai più anziani, siano operai o dirigenti (quelli che troppo spesso tendiamo a inserire ai primi posti nelle liste di esodati e agli ultimi nei piani di incentivazione) per ascoltarli e interrogarli, perché è la sapienza, più che la sola competenza, ciò di cui all’uscita di questo tunnel abbiamo bisogno. Sapienza, dunque il sale che dà sapore agli alimenti. È questo che fa la differenza, fuor di metafora, tra scelte e politiche che lasciano un segno nel futuro dell’azienda e scelte che hanno il respiro corto del breve periodo, del maquillage, di un ritorno solo d’immagine.

La partita della ripresa e della resilienza non interessa solo il Governo, ma anche l’azienda. Richiede capacità progettuale e valori condivisi. Una partita che si gioca su un terreno intergenerazionale: anziani che sono alberi vivi, e giovani che li abbracciano per poterne sentire linfa e radici. Enea fonda Roma scappando da Troia con il vecchio padre Anchise sulle spalle e il figlioletto per mano. Papa Francesco ci ricorda che “non puoi portarti gli anziani addosso, ma i loro sogni sì”.

Non più del 25% delle nostre aziende si preoccupa di sviluppare la mentorship tra i propri collaboratori più esperti, rinunciando così alla costruzione di un solido ponte tra le generazioni e non offrendo ai giovani la possibilità di potenziare l’esperienza e la guida per le scelte di carriera e la gestione di situazioni critiche. Aziende in cui Enea non si carica Anchise sulle spalle, col rischio di fondare una città senza radici e senza valori. E anche senza sogni: quelli racchiusi nelle storie dei pionieri e dei ‘cavalieri’ che fecero l’impresa, che determinarono una svolta, fronteggiarono una crisi, esultarono per un primo grande successo. Senza considerare poi l’altra faccia della medaglia: la ricchezza di relazioni, di stimoli e anche di competenze che le nuove generazioni possono restituire agli anziani.

Non è una professione né una mansione. Il mentor è un portatore di esperienze certificate, uno che sa essere se stesso al di fuori di ogni maschera di ruolo, per condividere significati e mettere il proprio vissuto e la conoscenza più intima delle dinamiche dell’azienda, a servizio dello sviluppo delle capacità del mentee.

Mentor, per esempio, è Salvatore Sirigu, secondo portiere della Nazionale italiana di calcio guidata da Roberto Mancini, che nei momenti decisivi, prima della giostra dei rigori durante l’Europeo, con la Spagna come con l’Inghilterra, abbiamo visto stringere la testa tra le mani del primo portiere Gianluigi Donnarumma, e trasferirgli intensamente all’orecchio chissà quali parole: “Gigio” – come viene chiamato – di 12 anni più giovane, che ha preso il posto a cui ambiva. E lui è lì a consigliarlo, spronarlo, motivarlo. E lo stesso Mancini, più che un allenatore è il mentor di ciascuno della sua squadra.

Una recente ricerca del Ceforc ne ha sintetizzato l’identikit: significative esperienze professionali, buona autoconsapevolezza, capacità naturale di comprendere gli altri e buone doti comunicative. Questo è tutto.

Serve solo un progetto di selezione e formazione per i potenziali mentor in azienda, non di più né di meno di quanto ci si adoperi per lo sviluppo dei cosiddetti talenti. Perché anche gli anziani sono talenti e capitale aziendale.

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