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Mamme in fuga

“Si potrebbe pensare a sospendere la Legge 194, vietando l’aborto per cinque anni”. È la provocazione lanciata recentemente sul quotidiano L’Avvenire da Lella Golfo, giornalista, politica e Presidentessa della Fondazione Marisa Bellisario ‒ un progetto che ha l’obiettivo di valorizzare il talento delle donne ‒ con l’intento di porre rimedio al drastico calo delle nascite che il nostro Paese registra ormai in maniera costante da anni. La Fondazione di cui Golfo è Presidentessa è la stessa che propone come proprio hashtag “#avantidonne”. Io direi invece “#indietrodi100anni”.

Dalla Presidentessa di una fondazione che si fa portavoce delle donne e del loro universo di senso non posso ammettere che si scada in un’argomentazione così poco statisticamente fondata, miope e limitata. E pericolosa. Per affrontare il tema della denatalità ci si sente infatti in diritto di spostare l’attenzione sul corpo delle donne e sulla sottintesa idea sessista che queste abbiano il dovere di procreare perché siano deputate a questa funzione ‘per natura’. Il numero degli aborti è in seria diminuzione da anni e, con le circa 80mila interruzioni di gravidanza registrate nel 2020, siamo a valori da minimi storici.

Da una donna che è nella posizione di Golfo mi aspetto, quindi, altre argomentazioni: che si dica, per esempio, che le donne italiane non fanno figli anche per mancanza di supporto da parte delle istituzioni, che dovrebbero, invece, investire nei bambini, futuri cittadini. Mi aspetto che si parli del fatto che per una coppia, anche rispetto a soli 10 anni fa, oggi è più difficile costruirsi una solidità economica tale da poter garantire il sostentamento di un figlio.

Mi aspetto che vengano sollevati argomenti come la possibilità di trovare un lavoro in tempi brevi dopo la laurea, che si parli di competenze, di percorsi di carriera, delle prospettive che l’attuale mercato del lavoro offre mediamente ai 30enni di oggi. Si tratta di questioni sistemiche, davvero poco risolvibili con uno sguardo limitato all’ultimo miglio della questione, quale è l’interruzione di gravidanza. Mi aspetto attenzione non solo per questioni come il soffitto di cristallo e le discriminazioni retributive di genere, che riguardano un momento già evoluto come quello in cui una donna è in azienda.

Ma anche che si parli del fatto che le donne sono le prime (o le uniche) a dover lasciare l’azienda nel caso in cui ci sia da crescere un bambino. Va detto chiaramente che la colpa del calo delle nascite è in gran parte dello stesso Stato che è disposto a regalare un pezzo di terra o a elemosinare un misero bonus per agevolare la gestione economica del nuovo arrivato. Tanto, ci pensa la mamma. E pure gratis!

La mamma, nell’immaginario inculcatoci dal patriarcato imperante, anela al sacrificio, ad accantonare i propri diritti di affermazione, le proprie aspirazioni, in nome dell’adorata prole. Non aspetta altro che prendersi cura, mettersi a disposizione, immolarsi per i figli e, soprattutto, è il sistema che si aspetta tutto questo da lei. E lo stesso sistema non ha alcun interesse a interrompere questa narrazione che fa tanto comodo anche ai bilanci dello Stato.

Oggi qualcosa nel quadro romantico della maternità si è crepato. Dobbiamo ringraziare la pandemia che ci ha messo di fronte a una ‘strage’ di lavoratrici senza precedenti e ha portato sulla pubblica piazza un disagio generazionale non più sostenibile. Quella che si insinua nella crepa è la luce della realtà. È la potenza realistica di una maternità che finalmente viene inserita nella narrazione pubblica come fatica, frustrazione, annichilimento. E che per queste sue caratteristiche poco attraenti finisce per non essere più l’unica prospettiva di realizzazione ammissibile da una giovane donna. Affrancandosi dalla visione misogina che ci vorrebbe in gran parte mamme a casa con i bimbi, le ultime generazioni possono permettersi di scegliere e, purtroppo per noi, voler essere madre non è più così da dare per scontato.

Al Convivio di Persone&Conoscenze, l’8 luglio 2021 a Milano, s’è parlato della nuova classe dirigente. Mi piacerebbe che i dirigenti di domani portassero attenzione anche su questi temi per innescare un reale cambio di passo e dare una spinta all’economia del Paese. Ma che lo facessero chiedendo all’unisono un intervento dello Stato, più che impegnandosi a livello aziendale a garantire benefit che, per quanto ammirabili, riguarderanno sempre una troppo piccola porzione di popolazione. Il supporto statale deve essere universale e garantito. Perché le donne godano di altrettanta libertà di quanta ne hanno i bambini di nascere.

Martina Galbiati cura la rubrica “Risorse Umane e non Umane” sulla rivista Persone&Conoscenze.
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