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L’emozione della famiglia allargata

Anna Karenina di Tolstoj inizia così: “Tutte le famiglie felici si somigliano; ogni famiglia infelice lo è a modo proprio”. Credo che questa frase sia applicabile anche al contesto organizzativo.

Nel mio lavoro di Business coach ho potuto guardare dentro una grande varietà di organizzazioni, da PMI in contesti locali con conduzione familiare a multinazionali e contesti globali e interculturali. Da questo osservatorio variegato posso confermare che i problemi, le disfunzioni e le difficoltà hanno sempre una natura specifica, costituiscono dei casi a sé e hanno peculiarità che li contraddistinguono, mentre le realtà organizzative che funzionano, che siano piccole o grandi, monoculturali o multietniche, hanno sempre alcune caratteristiche simili.

Nel 1964 l’artista situazionista danese Asger Jorn ha sviluppato una potentissima metafora-opera d’arte per esprimere la sua teoria filosofica che chiamava “trialettica”.

In termini pratici ha creato una versione a tre squadre del gioco del calcio. In un campo di gioco con forma esagonale abbiamo tre squadre, tre porte e, come nel calcio tradizionale, vince la squadra che subisce meno gol da parte delle altre. La peculiarità invece è che gli unici gol validi sono quelli che risultano dalla collaborazione tra giocatori di due squadre diverse, rendendo la cooperazione indispensabile alla vittoria. Inoltre in questa versione del calcio non esiste un arbitro.

Nasce così un gioco affascinante di psicogeografia, dove le squadre provano ad allearsi tra di loro, creando coalizioni momentanee, che possono mutare durante la partita. Il desiderio di Asger Jorn in questo lavoro tra filosofia, arte e sport era di allenare le persone alla cooperazione, alla collaborazione e alla flessibilità. Smontando il gioco dialettico del calcio tradizionale, dove prevalgono antagonismo e confronto fisico, ha correttamente anticipato che il futuro del lavoro sarebbe stato caratterizzato da una fluidità, che richiede di passare con abilità da una squadra all’altra, da un sodalizio all’altro, senza distruggere le relazioni.

Il grande coach americano Patrick Lencioni divide le disfunzioni dei team in cinque: assenza di fiducia, paura del conflitto, mancanza di impegno, fuga dalle responsabilità, disinteresse ai risultati. Con coraggio, leggo il pensiero del guru americano al contrario, proponendo che non soltanto i team ma, anche le organizzazioni ben funzionanti godono di un livello di fiducia alto.

Nelle organizzazioni sane gli individui osano confrontarsi e mettere argomenti scomodi sulla tavola, si impegnano e si assumono la propria responsabilità e considerano il raggiungimento dei risultati un obiettivo importante. Esattamente come prevedeva Asger Jorn, oggi diventa fondamentale per le organizzazioni non solo funzionare bene internamente, ma anche saper creare partnership e alleanze con altre organizzazioni.

Per una buona riuscita di una joint venture, diventa cruciale l’abilità di collaborare con una cultura organizzativa diversa dalla nostra. Le persone coinvolte devono superare le emozioni di irritazione e fastidio che emergono dal dover lavorare in una condizione diversa da quella abituale. Per tornare ad Anna Karenina, serve trovare il modo per essere una famiglia felice in una condizione allargata.

Anja Puntari pubblica le sue riflessioni nella rubrica “L’estetica dell’emozione” di Persone&Conoscenze.
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