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Le Supply chain si fanno corte e le aziende diventano resilienti

Ritardi nelle consegne. Indisponibilità di materie prime. Attività chiuse. Nel corso dell’emergenza sanitaria dovuta al coronavirus, molte imprese hanno subìto gravi ripercussioni. Così ci si è resi conto di quanto sia difficile affrontare imprevisti – non necessariamente di natura pandemica – e di come risulti altrettanto importante attrezzarsi per prevenire gli effetti collaterali di eventi di grande portata, sviluppando un certo grado di resilienza. In una parola, serve divenire “antifragili”. In particolare, l’emergenza sanitaria ha posto l’attenzione sulla centralità delle Supply chain, elementi da cui dipende una porzione considerevole dei risultati economici, finanziari e di business. Ma non solo.

In questi mesi è maturata la consapevolezza di come queste siano complesse e deboli di fronte a fenomeni inattesi: non è un mistero che la struttura delle filiere di approvvigionamento, produttive e distributive è stata messa in forte discussione. Per irrobustire la catena di fornitura è necessario valutare strategie in grado di reagire con rapidità a potenziali interruzioni. E pianificarne attentamente ogni aspetto per non subire le pressioni di un imprevisto ed essere in grado di affrontarlo uscendone rinforzati.

Per indagare la consapevolezza maturata dalle aziende sulla necessità di creare Supply chain resilienti e sulle azioni intraprese per reagire ai contraccolpi del covid-19, abbiamo sottoposto ai lettori un questionario sul tema, elaborato in collaborazione con Roberto Pinto, Professore presso il Dipartimento di Ingegneria Gestionale, dell’Informazione e della Produzione dell’Università degli Studi di Bergamo, e membro del Comitato Scientifico di Sistemi&Impresa.

Un’azienda su due si definisce già resiliente

Già in tempi non sospetti molte aziende avevano iniziato a lavorare sull’antifragilità. A dimostrarlo è un dato emerso dall’inchiesta, che vede il 50% delle aziende coinvolte definire la propria Supply chain come “resiliente”, grazie ad azioni mirate intraprese già prima della pandemia. Secondo Pinto, constatare che la consapevolezza rispetto al tema abbia portato le imprese ad attrezzarsi per affrontare possibili eventi disruption prima della diffusione del covid è un risultato positivo.

Di contro, il 40% delle imprese interpellate ha ammesso di essere stato colto almeno parzialmente di sorpresa pur ritenendosi “antifragile”. “Questo dato sottolinea la difficoltà intrinseca nel farsi trovare pronti, anche quando la resilienza è già sulla to do list del management della filiera”, commenta il docente. Il covid, insomma, ha stravolto la vita di ogni azienda. “L’errore più grande che possiamo fare è pensare che tutto tornerà come prima”, commenta Alberto Cirelli, Direzione Commerciale & Marketing di Gep Informatica, azienda che produce software per la gestione della logistica di magazzino e dei trasporti.

Sono infatti diverse le crisi internazionali che possono incidere su una mancata fornitura e pensare di esser forti solo perché si è riusciti a resistere alla prova pandemica significa rischiare di trovarsi impreparati di fronte a un imprevisto futuro. “C’è differenza fra non aver avuto problemi – o averli superati – ed essere preparati a tutto”, prosegue Cirelli. Per essere antifragili bisogna prima comprendere che qualcosa cambierà e adoperarsi per prevenire situazioni critiche. I risultati mostrano una buona consapevolezza, ma il processo è solo all’inizio, bisogna lavorare per portarlo avanti.

“Stiamo uscendo dalla pandemia come azienda migliore, più forte di prima”, racconta Massimo Bianchi, Direttore Generale di Keyline, azienda di progettazione e produzione di chiavi e macchine duplicatrici. Secondo l’imprenditore per fortificarsi è necessario studiare se stessi, essere adattabili, diventare creativi e creare nuove relazioni: “Ci sono competenze diffuse che devono integrarsi fra loro, ognuno deve essere capace di fare il proprio ruolo in relazione con gli altri e non in modo indipendente”.

Anche Primo Barzoni, Presidente e Amministratore Delegato di Palm GreenPallet, azienda operante nel settore della progettazione e produzione di imballi in legno ecosostenibili, sottolinea l’importanza di fare rete. “L’economia sta cambiando ed è necessario ripensare i processi di creazione delle filiere e di gestione locale, connesse a strutture ecosistemiche”. Per esempio, l’azienda si è proposta come partner territoriale per valorizzare la materia prima a chilometro zero.

Assenza di prodotti e interruzione delle catene di fornitura hanno infatti portato le imprese a ragionare sulle problematiche del processo di deindustrializzazione, tipico del tessuto imprenditoriale italiano, come sostiene Daniele Predari, Presidente Glass Group e Amministratore Delegato Predari Vetri, azienda produttrice di vetri isolanti. “La pandemia ha fatto emergere l’esigenza di riportare le produzioni sul territorio, per ovviare alle problematiche di distribuzione e trasporto merci”.

Filiere corte e diversificate per divenire antifragili

Questa pandemia, secondo Cirelli, porterà a catene logistiche corte e diversificate, non più lineari, ma a forma di stella. E la filiera corta è la soluzione emersa sin da subito come possibile risposta ai problemi causati dalla pandemia. Oltre il 90% delle aziende l’hanno infatti definita come strategia “efficace” o “molto efficace”. In particolare più di due aziende su tre hanno dichiarato di aver provveduto a selezionare-qualificare (o volerlo fare in futuro) più fornitori per lo stesso prodotto-materiale-servizio.

Il 30% degli intervistati ha inoltre cercato partner più vicini alla produzione (si arriva al 40% se consideriamo le aziende intenzionate ad attuare questa misura nel prossimo futuro). “Questi dati mostrano come il campione sia orientato ‘a monte’, verso i fornitori”, commenta Pinto. E lo conferma, come spiega il docente, il fatto che sono state poco implementate soluzioni di revisione dei processi distributivi (13%) e di avvicinamento della produzione ai mercati di riferimento (16%).

La produzione di Keyline è in Italia l’azienda che si è sempre interfacciata con fornitori del territorio. “Durante la pandemia ci siamo però resi conto che alcuni subfornitori dipendevano dai Paesi asiatici”. Così, anche l’impresa trevigiana si è trovata a dover fare i conti con la scarsità di materiali e il consecutivo aumento dei prezzi da parte dei mercati esteri. “Per far fronte a queste problematiche abbiamo lavorato a un redesign dei prodotti che contengono componenti di provenienza esclusivamente asiatica e delle fonti da cui acquistarli”, commenta Bianchi. Chi invece dipendeva esclusivamente da fornitori con la Direzione Generale all’estero è Predari Vetri, poiché la produzione della materia prima è gestita da cinque multinazionali straniere (con siti produttivi presenti anche in Italia). “Abbiamo cercato di riportare nel nostro Paese la fornitura dei materiali e continueremo in questa direzione”, assicura l’AD dell’azienda.

Palm GreenPallet è un’altra società che si è sempre rifornita all’estero poiché, come spiega Barzoni, in Italia non c’è la cultura della gestione della materia prima offerta dai boschi: “L’80% del legno utilizzato dalle aziende italiane è importato, ma il nostro territorio possiede grandi ‘tesori’ che possono contribuire a creare una bioeconomia locale”. Così quello che con l’avvento della pandemia sembrava solo un problema logistico, si è trasformato a novembre 2020 in una valutazione della materia prima. Da alcuni mesi l’azienda sta investendo per creare catene locali di approvvigionamento; e oltre all’accorciamento della filiera, Palm GreenPallet ha riprogettato la produzione suddividendo i materiali a disposizione su diversi prodotti: “Abbiamo abbandonato l’idea di generare esclusivamente grandi volumi, in favore di piccoli lotti che potessero coprire le diverse esigenze dei clienti”, commenta Barzoni.

Aumentare la competitività grazie all’ecommerce

È però innegabile che negli ultimi anni è in atto quello che Cirelli definisce “un passaggio culturale”: “L’approccio B2C della velocità ed economicità di consegna sta piano piano traslando nel mondo B2B”. Così la concorrenza dei grandi player, unita alle chiusure degli store ha portato il 37% delle aziende coinvolte nel sondaggio ad attrezzarsi per la consegna rapida e una su tre a strutturarsi in modo da avere magazzini di prossimità. Questo è un dato non trascurabile se si mette in relazione al fatto che oltre l’80% del campione opera in un ambito prevalentemente B2B nel settore manifatturiero: “Significa che i confini tra processi si fanno via via più sfumati e alcune dinamiche proprie di un ambito si manifestano sempre più spesso anche in altri”, afferma Pinto.

Fra le aziende intervistate Predari Vetri è l’unica a non esser stata coinvolta in questa evoluzione dei business. La catena di distribuzione del vetro infatti, quasi agli antipodi della catena di approvvigionamento del settore, come abbiamo visto in precedenza, è corta. “Il nostro gruppo ha diverse aziende nel nostro Paese e ognuna ha la sua competenza territoriale”, spiega Predari.

Ma non solo velocità di consegna. La pandemia ha fatto decollare il mondo dell’ecommerce e, per restare al passo, molte aziende hanno implementato questa nuova modalità di acquisto. Barzoni racconta come l’impatto del commercio online, nella sua azienda, si sia riversato sulla produzione: “In questo anno abbiamo notato una richiesta aumentata di mini pallet, più flessibili e agili, adatti alla movimentazione di piccole unità tipiche dell’ecommerce”.

L’articolo è pubblicato sul numero di Giugno 2021 della rivista Sistemi&Impresa.
Per informazioni sull’acquisto scrivi a daniela.bobbiese@este.it (tel. 02.91434400)

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