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Le morti sul lavoro impongono alle aziende una scelta di valore

Le recenti notizie degli operai morti sul lavoro – come quella di Luana D’Orazio, la giovane stritolata dai rulli di un orditoio di un’industria tessile di Prato – hanno riportato l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema della tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Nel caso di Luana non è ancora dato sapere quali siano state le cause del tragico incidente; dagli organi di informazione si è appreso che al vaglio degli inquirenti vi siano, allo stato, diverse ipotesi investigative: la mancanza della saracinesca protettiva dell’orditoio; un malfunzionamento del sensore di sicurezza che, nel caso di avvicinamento del corpo dell’operatrice ai rulli del macchinario, avrebbe dovuto immediatamente arrestare l’impianto; l’inadeguata formazione erogata dall’azienda alla giovane addetta, insufficiente per gestire in autonomia una macchina pericolosa come quella coinvolta nell’infortunio mortale.

Fatti tragici come quello di Prato lasciano ovviamente attoniti; giustamente ci si chiede da più parti come sia possibile che, nel 2021, un operatore muoia utilizzando un macchinario industriale. Tale domanda risuona in modo ancor più stridente, se si considera che sin dagli Anni 90 – con l’entrata in vigore della prima Direttiva Macchine – l’Unione europea ha imposto agli Stati membri, tra cui l’Italia, di rispettare – nella progettazione, fabbricazione e messa in servizio delle macchine per uso industriale – stringenti parametri di sicurezza.

Manca l’attenzione nei confronti dell’essere umano

Per rispondere a tali interrogativi, tentando di individuare una spiegazione rispetto al verificarsi di incidenti come quello di Prato, bisogna partire da una constatazione: i valori che quotidianamente guidano le scelte di coloro che hanno la responsabilità di organizzare e realizzare le attività produttive – non solo i dirigenti, ma anche gli operai specializzati – sono tipicamente tecnici: efficienza e produttività. Tali valori portano le risorse umane aziendali a concentrare la propria attenzione sugli obiettivi di produzione e sulla qualità del prodotto finito.

In tale contesto, se l’essere umano non è considerato, in sé, quale valore centrale e trainante delle quotidiane scelte direzionali ed operative si finisce, inevitabilmente, con il dimenticarsi del suo ruolo, della sua dignità, della sua importanza.

Tale dimenticanza è, in alcuni casi, all’origine di scelte direzionali – tanto scellerate, quanto penalmente rilevanti – che impongono agli operatori di mantenere in funzione i macchinari produttivi, anche laddove non si trovino in condizioni di sicurezza. Vi sono, infatti, datori di lavoro che tollerano o, addirittura ordinano, la rimozione dei sistemi di sicurezza degli impianti produttivi, (quest’ultima è condotta di reato, punita dall’articolo 437 del Codice penale con pene sino a 10 anni di reclusione).

La mia esperienza di avvocato penalista, che da anni frequenta le unità produttive di alcune delle principali realtà industriali del nostro Paese, mi porta tuttavia a sottolineare che, non di rado, in occasione di incidenti lavorativi, si configurano importanti responsabilità anche in capo ai ruoli operativi aziendali. Accade, infatti, che i responsabili delle unità produttive – ossia i capiturno, gli operai di esperienza, i cosiddetti preposti – non sempre segnalino al datore di lavoro i malfunzionamenti riscontrati sui macchinari, durante l’attività lavorativa.

Ciò avviene in quanto, sovente, i primi a dimenticarsi dell’inviolabilità della persona umana – valore centrale della nostra Costituzione – sono, purtroppo, proprio coloro che dovrebbero vigilare sul corretto funzionamento e utilizzo degli impianti produttivi, assicurandosi che solo personale adeguatamente formato possa lavorare a contatto con macchinari pericolosi, come l’orditoio che ha portato alla morte di Luana.

Ancora oggi nei reparti industriali prevale in molti casi solo la logica del fare, che se da un lato realizza quel know how che è certamente un valore aggiunto delle nostre produzioni nazionali, dall’altro si accompagna non di rado a una sottovalutazione degli aspetti legati alla sicurezza, visti come un inutile appesantimento delle pratiche del lavoro.

La necessaria formazione per diffondere responsabilità

Esiste solo una via per risolvere queste situazioni disfunzionali, tracciata dalle norme vigenti, dall’esperienza e dal buon senso. Il datore di lavoro deve formare e addestrare compiutamente il personale operativo a un uso sicuro dei macchinari, evidenziando i rischi residui che connotano il funzionamento di ogni impianto, in modo tale che gli stessi possano essere gestiti con consapevolezza e senso di responsabilità dagli addetti.

Il vertice aziendale deve inoltre stabilire e assicurarsi che personale esperto – quotidianamente, prima dell’avvio delle lavorazioni – compia una verifica in ordine all’efficienza dei sistemi antinfortunistici di ogni impianto, impedendo l’utilizzo di quei macchinari che non si trovino in condizioni di sicurezza. Ogni non conformità deve essere comunicata immediatamente alla dirigenza, tramite protocolli informativi prestabiliti, di semplice attuazione, per una tempestiva risoluzione delle problematiche tecniche rilevate. Solo così sarà possibile lavorare in sicurezza, secondo un criterio organizzativo che tenga conto – sul piano valoriale, nonché pratico – dell’essere umano e della sua intrinseca fragilità di fronte ai pericolosi dinamismi degli organi lavoratori dei macchinari industriali.

Ma tutto questo – è agevole intuirlo e comprenderlo – esige il compimento di una scelta di valore, profonda, da parte dell’intero organigramma aziendale: identificare l’essere umano come un fine, un valore in sé, di rango superiore rispetto a qualunque altro valore o interesse, tale da orientare e permeare ogni azione d’impresa, sia essa direzionale od operativa.

Tale scelta di valore è già stata compiuta in Italia, nel 900, da imprenditori come Adriano Olivetti ed Enzo Ferrari, i quali – in aderenza ai principi costituzionali e secondo la sensibilità e la tecnica dell’epoca – hanno saputo promuovere lo sviluppo della persona all’interno delle proprie fabbriche, valorizzando l’apporto intellettivo e operativo dell’essere umano, vero valore aggiunto dei loro prodotti, la cui qualità impose l’Italia quale player industriale di rilievo internazionale.

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