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L’alleanza smart per gli uffici di prossimità

Il profitto, per le aziende, non può essere il solo fattore da considerare se si vuole essere competitivi. Creare valore sociale dunque non è più un’opzione: le azioni delle organizzazioni devono essere mirate (anche) al benessere delle persone, soprattutto nella fase di incertezza che stiamo vivendo. Se è vero che, in piena pandemia, sono state assunte varie contromisure per assicurare le condizioni di lavoro, bisogna riconoscere che una tempesta delle proporzioni del Covid-19 ha messo a dura prova tutti, colpendo nel profondo. Ecco perché se non si pone un’attenzione adeguata al contesto e alle contromisure, il rischio è di creare disuguaglianze: le persone che si trovano più in difficoltà potrebbero non riuscire ad allinearsi con il percorso aziendale.

In questo senso, la pandemia ha accelerato la riflessione sul valore della solidarietà sociale, su quanto sia importante investire sul capitale umano in un contesto relazionale autentico, rivolgendo l’attenzione anche ai giovani e alla loro formazione. Quanto è indispensabile, quindi, il purpose in relazione al profitto? Qualche tempo fa si è svolto alla Luiss Business School un incontro tra i CEO delle grandi corporate appartenenti al Consorzio Elis – realtà che si rivolge a giovani, professionisti e imprese per aiutarli a costruire percorsi formativi, progetti di innovazione e attività di sviluppo sostenibile – proprio per discutere del tema, sempre molto attuale (il titolo era CEO meeting, una bussola per orientarsi nel nuovo mondo: un timone per non perdere la rotta).

“Prima di guardare al futuro, ai grandi percorsi, alla costruzione, dobbiamo preoccuparci del presente e fare in modo che le disuguaglianze siano sempre meno presenti. Come CEO, le questioni sociali ci riguardano perché viviamo in una società e quindi abbiamo anche il compito di risolvere questioni critiche”, ha affermato Marco Sesana, CEO Generali Italia e Global Business Line.

Il profitto non è di certo da trascurare, ma la sostenibilità sociale diviene la chiave di volta delle imprese; lo sviluppo della rete di relazione tra le persone è il nodo centrale non solo della crescita umana, ma anche di quella imprenditoriale. “Bisogna tornare a una visione di condivisione che consente di ridurre le disuguaglianze; le imprese devono fare in modo che le differenze non solo non si intensifichino, ma che non siano presenti nel contesto aziendale”, ha confermato Maria Patrizia Grieco, Presidente del Consiglio di Amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena.

L’ufficio si trasforma nella palestra relazionale

Il mantenimento della rete di relazioni e una narrazione autentica dell’azienda conferiscono dunque alle persone il senso di appartenenza. Ma, nell’era del lavoro ibrido (ci si immagina che il bilanciamento tra presenza in ufficio e Remote working sia la nuova normalità), come superare le difficoltà legate al distanziamento sociale? Il concetto già diffuso di nearshore (cioè il lavoro in prossimità), prevede l’assunzione di un team geograficamente vicino all’azienda, che lavora da remoto, ma con l’eventuale possibilità di organizzare gli incontri di persona. Tuttavia sorgono alcune questioni critiche: uffici sottoutilizzati, spazi di lavoro casalinghi poco consoni, riduzione delle opportunità di ritrovo con i colleghi e, di conseguenza, complicazioni nel condividere progetti trasversali, che, dall’incontro tra competenze diverse di solito generano idee inedite.

Ecco perché è nato il progetto che raggruppa le aziende del Consorzio Elis intorno all’obiettivo di condividere spazi di lavoro diffusi, dotati di tecnologie e prenotabili attraverso un’applicazione (è stato chiamato Smart alliance). Un’idea che trova la sua origine in un altro progetto (Mindset revolution), che sotto la presidenza di Generali Italia aveva visto le aziende confrontarsi sulle sfide del cambiamento. In questo caso le aziende coinvolte sono circa 30, appartenenti a settori differenti (Telecomunicazioni, Energia, Trasporti, Finanza e Alimentazione), che partecipano alla prima fase della sperimentazione degli uffici a chilometro zero della durata di sei mesi (l’inizio del progetto è fissato per ottobre 2021).

Denominate “palestre relazionali”, sono ambienti dove si vogliono coltivare in particolare le relazioni: l’idea è quella di avere degli spazi di quartiere, conciliabile con il concetto della città ‘a portata di mano’. “In questo progetto diverse aziende decidono di condividere gli spazi di lavoro; è un concetto innovativo. Le palestre relazionali vogliono essere una terza via tra ufficio e lavoro da casa. Si tratta di un nuovo modello di lavoro basato sulla qualità delle relazioni e che ha l’obiettivo di migliorare il work-life balance”, ha spiegato Walter Ruffinoni, CEO di NTT Data Italia ed Emea.

Cambia così il modo in cui si vivono il quartiere e l’ambiente, mutano le abitudini sociali, si assiste a un ripensamento degli spazi; ma non solo. Con la trasformazione dinamica deI luoghi, muta anche la concezione del tempo: si può decidere in libertà quando e come spostarsi e il luogo di lavoro diviene quindi un ecosistema che mette a disposizione i propri spazi in modo totalmente flessibile. “La giornata lavorativa diventa più elastica, si può decidere di lavorare da casa, per esempio, fino alle 11 e poi andare in ufficio per un incontro, evitando così il traffico”, ha affermato Barbara Cominelli, CEO di JLL Italia. “Si va nella direzione della sostenibilità ed è una dimensione importante anche per gli obiettivi di sostenibilità di un’azienda”.

Conciliare il legame tra studio e lavoro

Il mutamento di tempi e degli spazi conduce quindi al concetto di ‘impresa aperta’: la presenza di uffici satellite che divengono un luogo di incontro per le aziende, ma senza escludere le startup e il mondo della scuola e dell’università. Infatti le sperimentazioni del Consorzio Elis proseguono nella direzione di conciliare sempre più il rapporto scuola-lavoro, con particolare attenzione a promuovere la partecipazione delle ragazze ai percorsi dei settori tecnico-scientifici (in particolare per le materie STEM, acronimo di Science, Technology, Engineering, Mathematics) che rappresenteranno in futuro una quota preponderante delle opportunità di lavoro.

“Per aumentare il profitto è necessario investire sui giovani e su un’educazione equa e inclusiva. Ragazze e ragazzi con altissimo potenziale sono una grande opportunità di creazione di valore per il Paese”, ha dichiarato Marco Alverà, CEO di Snam. “Nella nostra organizzazione abbiamo inserito nello statuto la parità di genere e vogliamo arrivare al 50% di presenza femminile. Il nostro scopo non è solo il profitto, ma anche quello di trasferire le nostre competenze al sistema, per ispirare il mondo verso un’energia più sostenibile. Per farlo abbiamo bisogno di molte più donne che abbiano studiato materie scientifiche”.

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