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La rivoluzione Pa passa dalla visione della sua classe dirigente

La Pubblica amministrazione (Pa) da anni è associata, in modo stereotipato, all’idea del posto fisso che ha un limitato appeal sui giovani (i quali, al contrario, vogliono crescere professionalmente e sperimentare a livello lavorativo) e che resta di interesse di chi immagina di poter accedere a un lavoro sicuro e continuativo, magari senza troppo dispendio di energie. La Pa – almeno quella che funziona – ha in realtà poco a che fare con l’immagine che spesso si vuole far passare sui media.

L’ultimo anno e mezzo di emergenza sanitaria, per esempio, ha costretto la Pa a ragionare su come cambiare la sua percezione nei cittadini, anche per rendersi più attrattiva. Per farlo i vertici delle amministrazioni pubbliche si sono interrogati su come stare al passo con i tempi e come attrarre i giovani; tra le riflessioni è emersa la necessità di accelerare sulla digitalizzazione, in modo che permetta di velocizzare i processi e salvaguardare, al contempo, la privacy.

Ora, a incentivare l’evoluzione della Pa è soprattutto il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) che mette a disposizione 1,67 miliardi di euro (i fondi devono essere spesi in tre direzioni: reclutamento di personale competente, semplificazione dei processi e formazione del personale già attivo) e che rappresenta una concreta occasione di cambiamento per una realtà che è centrale per lo sviluppo del Paese e delle sue imprese. Per questo è ritenuto sempre più importante che alla guida della Pa ci siano dirigenti con una mentalità visionaria e avanguardistica, capaci di guidare la stagione delle grandi trasformazioni.

Per la verità, sono numerose le figure che già svolgono queste attività, sebbene siano spesso lontani dai riflettori dei media. Ne sono un caso esemplare Michele Bertola, Direttore Generale del Comune di Bergamo, e Lucia Scopelliti, Direttrice Organizzazione e Sviluppo Professionale, Direzione Organizzazione e Risorse Umane del Comune di Milano. Entrambi, pur operando su territori diversi già solo per dimensioni, si sono messi in evidenza per la loro visione innovativa della Pa: vanno in questa direzione la volontà di velocizzare i tempi di presa delle decisioni per avere una macchina amministrativa più intraprendente e responsabile, ma anche le attività svolte a livello organizzativo per promuovere la flessibilità lavorativa.

La discontinuità per sostenere la ripresa

È proprio grazie a questi approcci moderni e al grande supporto economico fornito dal Pnrr che la Pa può superare gli stereotipi che in tante occasioni l’hanno riguardata. L’obiettivo è realizzare quella rivoluzione (culturale e pratica) per generare la discontinuità da cui ripartire per sostenere la ripresa del Paese.

Il contributo che descrive la visione e l’esperienza bergamasca di Bertola dimostra che se tradizione e innovazione si contaminano e trovano un giusto equilibrio, se si fa prevalere il bene comune sugli interessi individuali e se i singoli, con coraggio e impegno, provano a riconoscersi la responsabilità quotidiana del cambiamento, allora la Pa può davvero migliorare, essere attrattiva e cancellare le dicerie del senso comune.

Il contributo di Scopelliti conferma che Milano, anche a livello di Pa, guarda e attua modelli di lavoro innovativi. La dirigente, a capo di un’area dell’amministrazione milanese, dimostra che lavoro da remoto e produttività possono coesistere e, anzi, snellire e semplificare molti processi.

L’articolo La rivoluzione Pa passa dalla visione della sua classe dirigente proviene da Parole di Management.

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