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La pandemia ci ha reso lavoratori migliori?

Tra i diversi ambiti che la pandemia da Covid-19 ha stravolto, il lavoro è sicuramente uno di quelli di cui si parla più spesso. Questo perché da un giorno all’altro, i lavoratori si sono ritrovati senza ufficio, scrivania e colleghi al proprio fianco. Ma ormai è passato più di un anno e tra chi è rientrato in sede a lavorare e chi ancora no, la variabile comune è una visione della vita lavorativa differente.

Secondo una recente ricerca pubblicata dalla multinazionale ADP su 2.000 lavoratori italiani dal titolo People at work 2021: a global workforce view, per il 20% del campione la sfida più difficile è stata la gestione dello stress (con la salute in cima alle preoccupazioni) mentre flessibilità, metodo di lavoro e competenze sono invece i cambiamenti che i dipendenti considerano in modo positivo, tanto che il 27% pensa che, proprio il periodo di pandemia, abbia contribuito a rafforzare le proprie competenze.

Si è dichiarato ottimista verso il futuro il 63% degli italiani, contro un 37% che invece teme le conseguenze del Covid-19 sul sistema lavoro. Più ottimisti gli uomini delle donne (66% contro 59%), un dato piuttosto scontato se pensiamo che, secondo i dati Istat, nell’ultimo anno in Italia hanno perso il lavoro 444mila persone, di cui 312mila donne (circa i tre quarti del totale).

Verso un modello di lavoro flessibile

Nonostante, quindi, tutte le pressioni causate dalla pandemia da Covid-19 e la mancanza di certezze sulla durata delle sue conseguenze, l’opinione dei lavoratori rimane in parte positiva e l’umore generale sembra essere misuratamente fiducioso nei confronti del futuro. C’è la sensazione che ciò che è stato un periodo estremamente grigio possa avere un risvolto positivo in ambito lavorativo. In particolare, per quanto riguarda il passaggio a un più flessibile modello lavorativo o allo sviluppo di nuove competenze utili ai dipendenti per affrontare la ‘nuova normalità’, mentre l’economia globale cerca di trovare slancio per una rapida ripresa.

Un quarto dei lavoratori ha giudicato positivo il proprio attuale work-life balance, in virtù del fatto che lo Smart working consente una maggiore flessibilità di orari; ma c’è anche un 37% che afferma il contrario, cioè di aver subito un danno da questa nuova modalità lavorativa, che per molti risulta invadente su quello che è lo spazio privato.

Al campione coinvolto nella ricerca è stato anche chiesto: “Qual è stata la tua più grande sfida sul lavoro dall’inizio della pandemia?”; per il 21% la prima preoccupazione è rimasta quella di rimanere in buona salute, per il 20% la gestione dello stress, per il 13% mantenere un buon work-life balance e il 9% ha invece avuto difficoltà nella gestione del carico di lavoro.

È pure certo che, in cima alle preoccupazioni dei lavoratori italiani, vi siano comunque la sicurezza lavorativa ed economica, timori che purtroppo in molti casi riflettono la realtà. In un anno in cui molte aziende hanno dovuto chiudere temporaneamente o definitivamente, oppure hanno dovuto modificare le proprie attività in maniera significativa, gli effetti sui lavoratori sono stati gravi. La sfida ora per i datori di lavoro e per i team HR è quella di trovare possibili modi di sfruttare le positività, e allo stesso tempo, dove possibile, alleviare gli svantaggi per assicurarsi che il personale rimanga ottimista, motivato e incoraggiato a progredire lavorando al meglio.

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