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La lezione manageriale dell’uncinetto di Tom Daley

Occuparsi delle performance – proprie e dei propri collaboratori – è una cosa seria. Ma non basta concentrarsi sulle capacità tecniche. C’è molto altro su cui porre attenzione. Lo dimostra il caso di Tom Daley, il tuffatore britannico che, dopo aver vinto l’oro nella specialità del tuffo in sincro dalla piattaforma dei 10 metri, sugli spalti del Tokyo Aquatics Centre ha tirato fuori i ferri e cominciato a fare la maglia, dichiarando in seguito sulla sua pagina Instagram di aver iniziato a sferruzzare come hobby durante il lockdown, continuando poi quest’attività che l’ha aiutato molto durante l’Olimpiade di Tokyo.

Gli studi che dimostrano che i passatempi migliorino le performance sono numerosi. Per esempio, una ricerca del 2014 pubblicata sul Journal of occupational and organizational psychology mette in relazione le attività creative e ricreative con le performance positive; lo stesso risultato lo mette in luce uno studio più recente, in questo caso pubblicato sul Journal of vocational behaviour nel 2020: gli hobby di piacere sarebbero collegati agli scatti di carriera e all’efficacia delle proprie azioni sul luogo di lavoro (anche se, i ricercatori rimarcano, gli effetti sono maggiori quando l’attività scelta è simile al proprio lavoro).

“Se dovessimo fare un paragone tennistico, la formazione aziendale che puntava al miglioramento delle performance prima si occupava solo del primo set: le hard skill”. A parlare è Marco Poggi, Presidente di Mida, società di consulenza che si concentra proprio sullo sviluppo delle persone. “La funzione Risorse Umane si è poi presa in carico del secondo set, ovvero la motivazione, perché si può essere preparati, ma se non si è motivati non si svolgono al meglio le attività. La nuova frontiera è il terzo set: aiutare le persone a focalizzarsi, entrando nel flow”. E il flusso a cui Poggi si riferisce è quello in cui è entrato Daley.

Ma secondo Poggi, tuttavia, non basta dedicarsi alla propria passione. “Gli hobby pratici devono essere collegati alla cura della consapevolezza e della concentrazione. Trovare giovamento nel giardinaggio o nella cucina è utile, ma diventa potente solo quando si è consapevoli che l’attività avrà anche uno scopo focalizzante e rilassante”.

Sviluppare competenze e motivazione sgomberando la mente

Per capire come sfruttare al meglio il potere degli hobby bisogna fare un passo indietro. Il gesto di Daley, per quanto qualcuno lo abbia considerato stravagante, può essere infatti spunto interessante per parlare non solo di sport, ma anche di gestione dei manager e dei collaboratori. “Lo sport è il territorio della prestazione per eccellenza. Il gesto umano si esprime nella sua massima intensità e potenza. Ma cosa determina l’eccellenza?”, si chiede Poggi.

Per il Partner di Mida, il paragone con il lavoro è lampante: anche il lavoro richiede prestazioni eccellenti e si potrebbe trovare una facile analogia tra atleta e manager. A determinare l’eccellenza – nello sport come nel lavoro – non è però solo il saper come svolgere la propria professione e quindi la competenza specifica. “Fondamentale è la motivazione, ovvero la quantità di energia che le persone sono disposte a mettere in atto durante la prestazione e nelle fasi di preparazione, e che si lega agli scopi soggettivi”.

Accanto alla motivazione e alla competenza, il terzo elemento che determina l’eccellenza è, secondo Poggi, il fatto di essere in una condizione di mindlessness. “Nel momento esatto della prestazione, bisogna mettere un silenziatore alla componente mentale che bisbiglia ‘non ce la fai, quello prima di te è stato più bravo, oggi non sei in forma’, ovvero i cosiddetti ‘pensieri killer e depotenzianti’ che agiscono nel momento della verità”.

Non si tratta di teorie meramente filosofiche o psicologiche. I pensieri demotivanti sono infatti spesso la causa di prestazioni insoddisfacenti o fallimentari anche in relazione alle conseguenze neuro-fisiologiche che provocano all’organismo, stimolando gli ormoni dello stress che portano alle tensioni muscolari e mentali. “Nel caso degli atleti il corpo non risponde bene; i manager, in-vece, rischiano di perdere lucidità”.

Seguire la routine degli atleti per generare consapevolezza

L’uncinetto di Daley si riferisce proprio a questo terzo elemento: silenziare la mente egoica. Questo il parere di Poggi. “Il mental training non a caso è una disciplina molto usata nello sport, e infatti anche Marcell Jacobs, neo campione olimpico dei 100 metri, ha citato la sua terapeuta dopo aver vinto la medaglia d’oro”, ricorda Poggi.

La spiegazione? “Perché lavora su questo livello: sull’annullamento del killer interno, che può essere silenziato in diversi modi”. Per esempio, prima di tutto imparando a riconoscerlo e a individuarne l’attività nel momento in cui si manifesta (“Spesso è subdolo e non si fa sentire”), e quindi adottando tecniche di consapevolezza e meditazione.

“Crearsi routine mentali per concentrarsi, focalizzarsi ed entrare nello stato di prestazione, nel flow, è molto consigliato, perché la mente sgombra permette di fare ciò che si sa fare al meglio delle proprie capacità. Per raggiungere questo stato ci si può concentrare sui gesti per portare l’attenzione su qualcosa di specifico. Gli atleti hanno routine quasi ossessive per restringere il focus e accedere a uno stato in cui non si pensa più nulla. Daley faceva proprio questo: un’attività di focalizzazione per mettere a tacere la parte di sé che lo avrebbe stressato, rilassandosi”. Un rilassamento non muscolare, ma mentale. Anche i manager possono impararlo, sviluppando quella consapevolezza che porterà a migliorare le performance personali e professionali

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