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La gestione sostenibile della catena logistica e le informazioni non finanziarie

Nella prima decade degli Anni 2000 le aziende hanno incominciato a rendicontare non solo informazioni finanziarie tramite bilanci e conti economici, ma anche informazioni non finanziarie, come emissioni di gas serra, utilizzo di energia da fonti rinnovabili, diversità e inclusione del proprio personale. Queste aziende, essendo precursori di questo tipo di iniziative, hanno ricevuto particolare attenzione e supporto da investitori, clienti e fornitori al fine di implementare nuovi modelli di business che integrassero gli interessi dell’azienda in termini di sostenibilità, mirando a obiettivi ambientali, sociali ed economici (Kiron et al. 2012). Se un decennio fa ciò comportava un vantaggio competitivo, oggi non è più così. Visto il recente aumento di interesse per il cambiamento climatico e l’esaurimento delle risorse naturali, la pubblicazione di un report di sostenibilità o la partecipazione a un programma di disclosure di informazioni non finanziarie sono sempre più frequentemente ritenute indispensabili alla partecipazione a mercati finanziari e catene di fornitura (Serafeim 2020; Villena e Dhanorkar 2020).

Cosa guida la transizione verso la sostenibilità?

L’implementazione di pratiche di sostenibilità è guidata dall’interno delle aziende da temi di gestione, cultura, risorse e caratteristiche aziendali, e dal loro esterno da pressioni della società, dei mercati e di enti regolamentatori (Saeed e Kersten, 2019).

Per quanto riguarda la gestione aziendale, è importante che il Top management sia interessato e coinvolto nella gestione di pratiche di sostenibilità affinché queste possano diventare obiettivi strategici. Se ciò avviene, verranno stabiliti dei nuovi indici di performance non solo operativa ed economica, ma anche sociale e ambientale. Parlando di società, è importante menzionare il fattore cultura aziendale. Oltre all’implementazione di programmi di salute e sicurezza intra-aziendali, ha una discreta rilevanza il codice di condotta cui le aziende richiedono ai propri fornitori di sottostare, controllandone il rispetto anche tramite il controllo di enti regolamentatori. Un altro aspetto cruciale nell’implementazione di pratiche di sostenibilità è la gestione delle risorse, non solo materiali, ma anche umane. Per quanto riguarda quelle materiali è necessario uno stretto controllo per evitarne il danneggiamento e l’obsolescenza, mentre in riguardo al personale aziendale è essenziale che questo sia motivato, periodicamente addestrato, aggiornato e coltivato come capitale umano. Infine, influenzano il grado di adesione all’argomento “sostenibilità” caratteristiche aziendali come la posizione all’interno della Supply chain, il settore industriale, la dimensione, la localizzazione e il grado di internazionalizzazione.

Passando all’esterno dell’azienda, le pressioni della società per implementare pratiche di sostenibilità vengono da associazioni di consumatori e organizzazioni non governative, oppure da un pubblico più ampio come la stampa e i media. Anche i mercati possono porre un significativo livello di pressione: spesso grandi buyer possono richiedere la partecipazione a un particolare programma di disclosure di sostenibilità per valutare dei potenziali fornitori, oppure la concorrenza diretta tra aziende allo stesso livello della Supply chain può rendere determinate pratiche di sostenibilità un prerequisito alla competizione. Non è trascurabile la pressione cui ciascuna azienda è sottoposta per mantenere una buona reputazione sul mercato, così come quella esercitata da parte di azionisti e investitori. Infine, gli enti regolamentatori che stimolano l’implementazione di pratiche di sostenibilità sono i governi che possono varare nuove leggi, commissioni internazionali e associazioni professionali, di categoria e di settore.

La gestione di tutti questi elementi appena citati viene chiamata ‘Gestione sostenibile della Supply chain’ (Sustainable supply chain management – Sscm).

I programmi di rendicontazione non finanziaria

Per valutare quanto le aziende effettivamente siano sostenibili, sono nate delle organizzazioni che hanno sviluppato dei programmi di disclosure di informazioni non finanziarie tramite cui i partecipanti possono condividere, in maniera strutturata e standardizzata, informazioni specifiche riguardo la loro gestione del cambiamento climatico e delle risorse naturali, come acqua e foreste. Una di queste organizzazioni è la Carbon disclosure project (Cdp): fondata nel 2002, oggi ha come partner investitori, per un totale di asset di circa 110mila miliardi di dollari, e grandi buyer con un poter di acquisto di circa 4mila miliardi di dollari, ed è riuscita a coinvolgere nella sua attività circa 10mila aziende in tutto il mondo. I programmi di Cdp dal 2012 sono classificati tra i più prestigiosi in termini di utilità e qualità da esperti e investitori (SustainAbility 2012, 2020).

Uno dei programmi di disclosure offerto da Cdp propone un questionario che permette di vagliare le attività svolte dalle aziende all’interno della loro Supply chain per la gestione del cambiamento climatico. Chi partecipa a questo programma può decidere se rendere la propria risposta al questionario pubblica, rendendola accessibile a tutti, oppure lasciarla privata, in modo che solo i suoi clienti e fornitori la possano vedere. Tra il 2013 e il 2018 a questo programma hanno partecipato pubblicamente in totale 5.832 aziende per un totale di 13.696 risposte al questionario. L’impegno nei confronti del programma si è rivelato essere molto eterogeneo: la maggior parte delle aziende (46%) ha partecipato una volta sola a questo programma, mentre quelle che hanno partecipato tutti e sei gli anni sono appena il 4%.

Entrando più nel dettaglio dei partecipanti, si nota che anch’essi sono eterogenei per Paese di localizzazione del quartier generale, presenza globale in termini di numero di Paesi in cui l’azienda ha almeno una sede e settore industriale. Le 5.832 aziende sono localizzate in 105 Paesi, tra cui Brasile, Cina, Francia, Germania, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti d’America (sono i paesi in cui più frequentemente si trova un quartier generale). All’interno del questionario viene richiesto ai partecipanti di comunicare in quali Paesi vi è almeno una loro sede, indipendentemente dalla specifica funzione. Pertanto, si è osservato quali Paesi nel mondo accolgono le varie sedi delle aziende: i Paesi occupati sono 235, di cui Brasile, Cina, Francia, Germania, Giappone, India, Messico, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti d’America; questi accolgono in maggior misura le sedi dei partecipanti.

Studio empirico sui dati del Carbon disclosure project

Vista l’importanza che è riconosciuta al Cdp, si è voluto osservare se alcuni dei fattori che guidano le aziende nella transizione alla sostenibilità avessero un impatto sulle prestazioni ambientali: si è osservato il livello di emissioni di gas serra in ambiente, gli investimenti e i risparmi generati da azioni per l’abbattimento delle emissioni.

I fattori analizzati sono stati diversi aspetti della gestione aziendale: dalla gestione dei rischi e delle opportunità legate al cambiamento climatico al coinvolgimento di partner nella Supply chain e di enti regolamentatori fino alle azioni per l’abbattimento di emissioni.

I risultati si sono dimostrati tanto interessanti quanto, a volte, inconcludenti. Per esempio, il coinvolgimento dei partner in Supply chain non comporta risultati decisamente positivi o negativi sulle prestazioni. Interessanti invece sono i risultati relativi alla gestione di rischi e opportunità: una loro gestione estensiva aiuta le aziende a investire minori quantità di denaro in attività legate all’ambito del cambiamento climatico, ma in modo più efficace, vista la capacità di generare più risparmi da tali investimenti. Sorprendente, inoltre, come intraprendere attività per l’abbattimento di emissioni comporti risparmi significativi, ma non abbia un effetto di riduzione delle emissioni, viceversa le incrementi.

Serve più impegno

Queste analisi lasciano trasparire che per le aziende non sembra che la sostenibilità sia una priorità. Il fatto che gli investimenti non siano costanti nel tempo è forse indice del fatto che un interesse costante sull’argomento manca ancora, e che spesso la gestione del cambiamento climatico venga considerata come un elenco di azioni da intraprendere obbligatoriamente. Un altro risultato che riconferma questo presunto disinteresse sul tema è il fatto che la collaborazione con i partner della Supply chain non porti un miglioramento delle prestazioni: questo può essere imputato al fatto che la collaborazione possa essere, almeno per una delle parti, una di quelle caselle da spuntare nella lista delle cose da fare; quindi, gli obiettivi della collaborazione non sono condivisi e non c’è possibilità di sviluppare una sinergia che porti a dei buoni risultati. Si è visto dalle analisi come implementare uno solo dei fattori osservati, il coinvolgimento dei partner lungo la filiera e degli enti regolamentatori, la gestione dei rischi e delle opportunità, non sia sufficiente per ottenere dei buoni risultati. Implementare la sostenibilità in tutti i suoi aspetti e fare in modo che sia condivisa con tutti gli stakeholder rilevanti risulta, invece, efficace.

Per concludere, è importante menzionare che nel campione analizzato sono presenti delle aziende che si impegnano e sono dedite a fare la loro parte nel tentativo di limitare il cambiamento climatico; è altrettanto importante che queste non obblighino, ma istruiscano i loro partner al valore aggiunto che la sostenibilità può comportare. Quindi, la morale che queste analisi lasciano è che per raggiungere gli ambiziosi obiettivi dell’Onu (Agenda 2030, 17 Sustainable development goals), dell’Unione Europea (Green deal) e degli accordi di Parigi, non basta l’impegno di pochi, ma è necessario il coinvolgimento di tutti.

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