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title: La Gen Z è troppo viziata?
description: Una generazione che fa cadere la penna allo scoccare della fine del turno. Non è improbabile trovare in rete racconti che descrivono così la Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012, i più grandi si avviano adesso alla trentina), additata spesso come scansafatiche. Ma sarà davvero così? Un articolo compa...
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date: 2026-03-31
author: Lorenzo Sernicola
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categories: [Contenuti]
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# La Gen Z è troppo viziata?

![La Gen Z è troppo viziata?](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/03/giovani-e-lavoro-scaled-NiHEVp-1024x683.jpg)

Una generazione che fa **cadere la penna** allo scoccare della fine del turno**.** Non è improbabile trovare in rete racconti che descrivono così la Gen Z (i nati tra il 1997 e il 2012, i più grandi si avviano adesso alla trentina), additata spesso come scansafatiche. Ma sarà davvero così? Un articolo comparso sul **quotidiano francese *Le Figaro*** riaccende il dibattito, segnale che il tema è sentito un po’ ovunque, non solo in Italia. “Alle 17.50 iniziano a riordinare le proprie scrivanie, **alle 18.01 sono già tutti spariti**” riferisce al quotidiano un manager, parlando dei dipendenti più giovani.

Le lamentele si sovrappongono: sembrano **allergici alle critiche**, tanto che spesso come conseguenza si assentano per malattia. Rifiutano impegni o responsabilità al di **fuori dell’orario di lavoro**, non si preoccupano di **prendere le ferie** nel momento peggiore possibile per l’azienda. Sembrerebbe insomma che molti giovani, sintetizza la giornalista **Anne De Guigné **nell’articolo, abbiano perso il **gusto per il duro lavoro**. Pensano più che altro, questa l’idea che danno, alla propria **realizzazione personale**. Così il tempo trascorso in ufficio diventa una specie di intervallo più o meno piacevole tra momenti di svago.   

## I casi poco virtuosi

Saranno casi estremi, ma non mancano esempi di comportamenti poco rispettosi verso i datori di lavoro. In un **supermercato francese** con 110 dipendenti, **due lavoratori sotto i 30 anni **risultano da diversi mesi in **congedo per malattia**. L’azienda ha tentato più volte di contattarli** **ma loro non si sono mai fatti sentire, ignorando i messaggi e costringendo a ricorrere a personale interinale. Un altro imprenditore racconta di aver perso un venditore di talento da un giorno all’altro. 

Quel che è certo è che è avvenuta una **trasformazione nel modo di concepire il lavoro**, tra i più giovani ma forse non solo. Scatenata con una sorta di **presa di coscienza collettiva** nel corso della pandemia, la convinzione è che non sia necessario (né utile) dare il massimo di sé** **stessi sul lavoro. O attribuire a quello che si fa tutti i giorni per sbarcare il lunario il senso della vita. L’obiettivo deve essere** l’autonomia e l’equilibrio tra vita privata e professionale**. Ma senza troppo sacrifici. Anche il salario non viene più anteposto a tutto: più importante è che l’impiego sia conforme alle proprie passioni.  

## I lavoratori erano davvero diversi prima? 

A chiedersi se sia il caso di biasimare i giovani di oggi per le loro idee è l’opinionista e speaker francese **Richard Martineau** sulla testata *Le Journal de Montréal*. “Hanno visto i loro **genitori** **lavorare fino allo sfinimento**, e per cosa? Per essere licenziati senza tanti complimenti a 55 anni quando l’azienda si è trasferita o ha fatto tagli al personale” scrive in modo piuttosto tranchant.

“**Perdiamo la vita cercando di guadagnarcela**”: negli Anni 70, ricorda l’opinionista, erano le parole di una canzone di André Sylvain. Mezzo secolo dopo, ironizza, sono diventate una** filosofia di vita**. E così si è arrivati a non domandare più a qualcuno, appena lo si conosce, “Che lavoro fai?”. Si è passati, ipotizza Martineau, a dire: “Qual è il tuo hobby preferito?”.

Non si può però ignorare un fatto incontrovertibile. Non sarà che **il lavoro non rende più come un tempo**? Non ci sono più, come compenso per la fatica, la **garanzia di uno status sociale** o la promessa di chissà quali **avanzamenti di carriera**. Si tira avanti e per di più con la minaccia dell’Intelligenza Artificiale in agguato. Scoraggiarsi e **ridursi a fare il minimo **diventa comprensibile per certi versi. Lo ha decretato anche un articolo del *New York Times *del 5 novembre 2025. Il titolo recitava: ***Per la Generazione Z*** ***lavorare è ora più deprimente che essere disoccupati***, e sembra aver colto pienamente lo spirito del tempo.

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