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La fabbrica che si adatta alla creatività dei designer (e non viceversa)

Quando nel 1962 Achille Castiglioni e il fratello Pier Giacomo Castiglioni inventarono la lampada Arco (oggi esposta addirittura al Museum of modern art – MoMA – di New York), non guardarono solo all’azienda e ai suoi macchinari, pur essendo designer particolarmente votati all’industrializzazione. Pensarono soprattutto al prodotto e alla sua funzione, lasciando alla allora giovane Flos il compito di produrlo. Come lui, sono molti i designer ai quali viene lasciata carta bianca: Flos ha deciso, infatti, di creare un’azienda diffusa che al suo interno non produce nemmeno una vite e che, al contrario, si affida completamente al distretto industriale; in questo modo, secondo l’organizzazione, non si limitano le idee creative dei designer, rinnovando i prodotti e trovando nuovi approcci produttivi a seconda delle richieste.

L’esempio è molto particolare e svela come il distretto industriale sia ancora capace di essere protagonista: ne è convinto Sergio Monetti, Chief Operatin Officer (COO) della funzione Decorative di Flos, che durante la tappa di Brescia del convegno FabbricaFuturo (1 luglio 2021), l’evento organizzato dalla casa editrice ESTE di cui Parole di Management è Media Partner, ha illustrato pro e contro di questa modalità industriale scelta dall’azienda nota proprio per l’illuminazione di design di alta qualità.

La difficile fattibilità si supera con la ricerca capillare

Per capire il successo del modello bisogna però inquadrare la situazione a livello territoriale e soprattutto l’azienda. Il quartier generale di Flos – parte del gruppo Design Holding – si trova nel Bresciano, a Bovezzo, ed è in questa cittadina circondata da montagne che l’azienda è diventata il centro nevralgico per la produzione di apparecchi per illuminazione conosciuti in tutto il mondo. Una produzione che, tuttavia, non avviene nel perimetro aziendale e che è possibile proprio grazie al tessuto produttivo del territorio, con imprese specializzate in diversi settori.

La nascita di Flos risale al 1962 e l’obiettivo era produrre oggetti di design che facessero anche luce (quindi non esclusivamente lampade); da qui le modalità di fabbricazione che resistono tutt’oggi: ogni oggetto è pensato da un diverso designer che si affida all’azienda e alla sua Supply chain. Ogni artista, infatti, ha il proprio stile e ogni prodotto è unico. “Questo condiziona l’intera catena di approvvigionamento, perché ogni oggetto porta con sé richieste differenti”, dice Monetti. “È la Supply chain che si adatta, così come la fabbrica, perché i prodotti devono essere realizzati esattamente come ideati dal progettista”.

La fattibilità, dunque, può risultare difficile, ma sta anche qui il valore di Flos, i cui oggetti sono conosciuti proprio l’elevata qualità. Per raggiungere questi risultati, c’è una ricerca capillare e continua tra le aziende del distretto industriale per individuare i giusti fornitori dei componenti. “Flos oggi è una fabbrica diffusa che basa la sua produzione su circa 300 fornitori e il 70% si trova nel distretto Bresciano e del vicino Veneto”. Una particolarità non replicabile ovunque. “Non tutte le aziende del mondo possono agire così, facendo affidamento su un distretto come quello in cui opera Flos; la nostra fortuna sta proprio lì”.

I vantaggi della Supply chain diffusa: nessun limite tecnologico e velocità

Oltre alla ricerca sul territorio, lavorare affidandosi alle competenze delle imprese diffuse sul territorio – spesso alle fabbriche si affiancano anche gli artigiani locali – significa crescere insieme. Si tratta quindi di un’evoluzione complessiva con l’integrazione dei vari passaggi e con investimenti da parte di tutti gli attori. “Non tutte le aziende sono propense a investire, ma la sinergia è importante e quando non c’è diventa uno scoglio tra i più difficili da superare”, ammette Monetti. E spesso le imprese più piccole scaricano le difficoltà sulle aziende più grandi. “Le organizzazioni di certe dimensioni come Flos fanno molti controlli e alcuni fornitori, quindi, tendono a non farli perché si sentono ‘coperti’ dalle nostre attività. Bisogna però stimolare il miglioramento continuo di tutto l’ecosistema dei fornitori”. Inoltre, capita che sia Flos a dover trasferire il proprio know how, senza però – a volte – lo stesso atteggiamento da parte dei fornitori.

Tuttavia, a questi aspetti ne fanno da contraltare altri. Per esempio il COO di Flos cita la flessibilità e l’assenza di limiti tecnologici come i due vantaggi più importanti di una Supply chain corta: “Nel primo caso non ci sono vincoli di asset e know how, né di materiali, perché è possibile lavorare i vari materiali usati nella produzione (pietra, metallo, gesso o vetro) affidandosi alle mani degli esperti”. Inoltre, questa impostazione consente di eliminare i limiti da imporre ai designer: “Non serve investire su nuovi macchinari se la sfida è particolarmente complicata e soprattutto non c’è il rischio di saturare la produzione”. A tutto questo si affiancano poi la velocità nel rispondere alle esigenze e la resilienza della Supply chain, dal momento che il rischio è più distribuito.

“La nostra filiera, insomma, è molto corta e dinamica; si fonda soprattutto sui fornitori, che devono avere tre caratteristiche: la capacità del fare (su cui è forte il distretto in cui operiamo), una visione di crescita futura condivisa insieme con noi e, infine, l’affidabilità. Chi ci segue rimane con noi. In caso contrario, c’è una selezione naturale spontanea”, ammette Monetti. “Gestire l’azienda e operare in questo set-up industriale è complesso, ma avere nel team le persone giuste e capaci rende tutto più fattibile”.

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