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Il nuovo congedo di paternità che ribilancia gli equilibri tra genitori

I papà, oggi, vogliono ricoprire al meglio il loro ruolo di genitore. Vogliono essere presenti e vogliono occuparsi dei figli (e magari anche della casa). Eppure non possono. Legislativamente non ne hanno la possibilità: quando un padre decide di dedicarsi ai figli appena nati oltre ai 10 giorni obbligatori che gli spettano, può farlo solo prendendo un periodo di ferie o ricorrere all’aspettativa.

Nasce per ‘correggere’ questa situazione, pur passando in sordina, il Disegno di legge (Ddl) Nannicini-Fedeli, che prende il nome dai due Senatori del Partito Democratico che l’hanno presentato a Palazzo Madama, Tommaso Nannicini e Valeria Fedeli. La proposta vuole equiparare il congedo di paternità a quello di maternità, facendo slittare il discorso dalla conciliazione vita-lavoro alla condivisione. Perché “condividere” significa dividere e portare insieme impegni e opportunità, e l’importanza data all’equità la si intuisce già nel titolo della proposta: Interventi per l’equità di genere nel tempo dedicato al lavoro e alla cura dei figli.

Nannicini e Fedeli, peraltro, non sono nuovi al tema: nel 2019 presentarono un Ddl dal titolo Misure a sostegno della condivisione della responsabilità genitoriale, nonché del congedo obbligatorio di paternità. La proposta, in quel caso, aveva l’obiettivo di allungare il congedo di partenti da cinque a 10 giorni (come poi è stato fatto) e partiva, come in questa occasione, dai dati sulla scarsa occupazione femminile in Italia e sulle difficoltà effettive che le donne incontrano sul percorso lavorativo a causa del peso domestico che si ritrovano, loro malgrado, a gestire.

Su questi aspetti c’è pure una raccomandazione in tal senso del Consiglio dell’Unione europea (la 92/241/CEE). Per la verità, già nel 1992 l’Ue si esprimeva sulla custodia dei bambini, richiedendo espressamente “una maggior partecipazione dei padri nella cura dei figli e la promulgazione di una legislazione gender neutral, al fine di dare ai genitori che lavorano specifici diritti in materia di congedi parentali”.

Tornando in Italia, ora Nannicini e Fedeli propongono (tra le altre cose) cinque mesi di paternità e maternità obbligatori retribuiti al 100% per tutte le famiglie (senza distinzione tra coppie etero oppure omosessuali; oggi il compenso è all’80% per lei e nulla per il padre al di fuori dei periodo di congedo obbligatorio e previsto per legge), 12 mesi di congedi parentali (massimo sei per genitore), indennità più generose, part-time e lavoro agile.

Condividere il congedo, dividendo responsabilità (e piaceri)

Il nuovo Ddl soddisfa molto gli addetti del settore, che vedono finalmente un tentativo di vera equiparazione tra congedo di maternità e di paternità. Favorevole è Sabrina Colombo, Amministratore di Digital Learning srl che ha lanciato Mastermamma, piattaforma di formazione genitoriale. “È vero che sta passando quasi inosservato, ma potrebbe rappresentare un segnale tangibile. Sono decenni che si parla di parità e difficoltà della maternità, e ogni anno assistiamo a un decremento del numero delle nascite e all’aumento delle mamme che lasciano il lavoro. È importante che le istituzioni pensino a misure che siano molto più evolutive e concrete che vadano oltre i mini-bonus.”.

Il Ddl potrebbe dunque essere un segno concreto, e se pensiamo che le proposte sono già parecchio fattibili, legittime e intelligenti (come il fatto di dividere il congedo sui due genitori) fa ben sperare. “Il congedo dovrebbe infatti essere non contestuale, perché avere a casa due genitori sarebbe estremo. È giusto, quindi, dare l’opportunità di scegliere quanto e quando stare a casa con i bambini a seconda delle propensioni e delle esigenze lavorative e personali”.

“Opportunità” è una parola non casuale: se passasse, la legge offrirebbe non un obbligo, bensì un’opportunità per entrambi i genitori. In questo momento, come detto, i padri possono concedersi solo 10 giorni di congedo obbligatorio, che può essere allungato solo con ferie o aspettative. “Capita anche che ci siano aziende lungimiranti che l’hanno spontaneamente allungato, ma sono poche”, commenta Colombo. “Non c’è molto spazio di manovra per i padri, insomma, perché la normativa non concede”.

Alternare i congedi condividendo i permessi potrebbe quindi essere una soluzione ideale, che permetterebbe di superare misure parziali come i bonus per i primi figli o quelli per le babysitter. “Sarebbe un aiuto finalmente concreto e non solo un modo di tamponare il problema. La mamma potrà così riprendere a lavorare prima se professionalmente ne sentirà l’esigenza, e viceversa il padre o l’altro genitore”.

Il congedo condiviso è un beneficio anche per l’azienda

C’è poi da notare come non si ponga mai l’accento sui benefici per le aziende. “Condividendo il congedo, una madre dipendente sfrutterebbe meno giorni di assenza, tornando prima pienamente operativa”, spiega Colombo. Per non parlare dei benefici ‘nascosti’, quelli meno visibili, ma altrettanto essenziali.

Lo sottolinea, per esempio, un report di febbraio 2021 pubblicato dalla Ewing Marion Kauffman Foundation, intitolato L’ingaggio economico delle madri: imprenditorialità, occupazione e penalizzazione dello stipendio. Secondo lo studio, le madri lavoratrici sono ottime imprenditrici grazie all’abitudine alla responsabilità, applicata alla gestione sia della casa sia del lavoro. Quando queste responsabilità saranno in capo a entrambi i genitori, quindi, le opportunità e le skill raddoppieranno, spalmate su entrambi i genitori-lavoratori.

“In altri Paesi assistiamo davvero ad un’altra cultura sociale, nata anche grazie all’aiuto di precise legislazioni promosse dalle istituzioni: il figlio è dei genitori ed è gestito dai genitori che godono di pari opportunità anche di congedo. L’Italia è ancora lontana da questa prospettiva culturale, sia per mancanza di sostegni più evoluti in ambito legislativo, sia per mamme e papà che a volte vivono ancora secondo la concezione che la gestione del figlio sia prerogativa della mamma. E questo può essere causa di disagio per le madri che rientrano in ufficio dopo la maternità”, commenta Colombo. Da qui il moltiplicarsi degli strumenti di accompagnamento al rientro al lavoro, con percorsi di coaching rivolti alle donne che, diventando madri, cambiano inevitabilmente il proprio piano di valori.

In futuro si spera però che questi percorsi si rivolgano finalmente a entrambi i genitori, madri e padri: questo l’augurio di Colombo. “Significherà che avremo finalmente attuato un cambio culturale importante dove parleremo di genitorialità e non più solo di maternità”.

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