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title: Il motore ingolfato dell’Automotive (che costa carissimo)
description: La progressiva riduzione della presenza produttiva di Stellantis in Italia e l’invito ai fornitori a valutare trasferimenti verso Algeria, Marocco e Tunisia non rappresentano un episodio isolato. Sono il sintomo di una trasformazione strutturale che riguarda l’intera industria automobilistica europe...
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date: 2026-02-27
author: Lorenzo Sernicola
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categories: [Contenuti]
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# Il motore ingolfato dell’Automotive (che costa carissimo)

![Il motore ingolfato dell’Automotive (che costa carissimo)](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/02/automotive_pdm-1Ah31Q-1024x683.jpg)

La progressiva **riduzione della presenza produttiva di Stellantis** in Italia e l’invito ai fornitori a valutare trasferimenti verso Algeria, Marocco e Tunisia non rappresentano un episodio isolato. Sono il **sintomo di una trasformazione strutturale** che riguarda l’intera industria automobilistica europea. La differenza è che **altrove il dibattito è strategico. **In Italia è ancora ideologico**.**

Nel nostro Paese si discute di responsabilità politiche, di difesa dell’occupazione, di ‘tradimento industriale’. Ma raramente si affronta la domanda centrale: ha senso sostenere con fondi pubblici** produzioni economicamente insostenibili **in Italia che sono comunque destinate a spostarsi altrove? E soprattutto: cosa stiamo ottenendo e costruendo mentre le difendiamo? Il dato di partenza è brutale**. Il costo del lavoro nella filiera Automotive italiana può essere** **fino a 10 volte superiore rispetto ai Paesi del Nord Africa** e tre volte rispetto a diversi paesi dell’Europa orientale.

In un settore dove le linee produttive sono altamente robotizzate e le tecnologie ormai standardizzate, **il differenziale di costo pesa più della tradizione industriale**. Non siamo più negli Anni 80, quando **competenze meccaniche sofisticate **rappresentavano un vantaggio competitivo difficilmente replicabile. Oggi gran parte della componentistica è prodotta su scala globale con **tecnologie simili ovunque.** Se il costo è triplo, la produzione ovviamente si sposta. Non è un’opinione: **è una dinamica industriale**.

## Dinamiche industriali e produzioni che diventano marginali

La transizione verso **l’auto elettrica** ha accelerato ulteriormente il processo. Un motore termico tradizionale contiene tra 2mila e 3mila componenti; un motore elettrico ne richiede solo tra 100 e 300. Meno di un decimo… Il che vuol dire: **volumi di produzione molto più bassi, **meno pezzi, meno lavorazioni, meno fornitori**.** Intere specializzazioni costruite in decenni diventano marginali nel giro di pochi anni.

Eppure, il dibattito italiano continua a concentrarsi sulla difesa della **filiera meccanica dell’Automotive**, come se fosse ancora il cuore della produzione industriale italiana. Non lo è più… **Il valore oggi si concentra nel software**, nell’elettronica di potenza, nella gestione delle batterie, nei sistemi di guida assistita, nella progettazione integrata. Nel frattempo, **l’outsourcing** **non è più solo** **extraeuropeo.** È diventato sostitutivo e intraeuropeo. Molte lavorazioni che una volta si svolgevano in Italia sono trasferite stabilmente in **Polonia, Romania, Slovacchia, Ungheria**. Non come delocalizzazione temporanea, ma come **riallocazione strutturale della filiera**.

**L’Europa dell’Est** **offre costi inferiori,** normative più flessibili e, spesso, una maggiore coerenza tra formazione tecnica e industria. Il paradosso è evidente: mentre si **invocano sussidi per mantenere linee produttive** in Italia, intere parti della filiera si ricostruiscono altrove dentro lo stesso spazio europeo. E non si tratta di dumping selvaggio, ma di una **strategia industriale** che quei Paesi hanno perseguito con costanza per 20 anni e che possono sostenere grazie al loro minor costo del lavoro (e anche dell’energia). Per di più realizzando fabbriche con i **sussidi europei** (pagati per il 13% dall’Italia).** **

## Destinare risorse pubbliche: sì, ma dove serve davvero

Perché allora continuiamo a destinare **risorse pubbliche al settore? **Perché non le destiniamo a ciò che può essere sostenibile e allo sviluppo? La prima risposta è **sociale**. La filiera Automotive italiana coinvolge **centinaia di migliaia di lavoratori**. Un ridimensionamento rapido produrrebbe effetti devastanti su territori già fragili. **I sussidi servono a evitare uno choc immediato**. La seconda risposta è di **carenza strategica**. Paesi come la **Germania hanno deciso di non difendere più il passato**: investono massicciamente nella riconversione tecnologica, trasformando l’industria esistente (con l’opportuno pilotato transitorio *overboost* della sostitutiva produzione bellica). Ma qui emerge la differenza italiana.

In Germania il sostegno pubblico è accompagnato da una **strategia industriale di lungo periodo con ricerca applicata**. Da noi il sostegno rischia di essere prevalentemente difensivo. **In Italia ‘si compra tempo’**, cercando di allontanare i problemi, ma non si vede proprio cosa si sta costruendo con quel tempo. Stiamo rallentando la transizione per rinviarla, non per governarla… A tal riguardo **occorrerebbe una chiara** **strategia**, che purtroppo invece è completamente inesistente.

Il consenso politico si misura in anni (in Italia addirittura in pochi mesi). **Le** **trasformazioni industriali richiedono decenni**, e quindi non interessano ai nostri politici. Difendere ciò che esiste è più semplice e popolare che pianificare ciò che ancora non c’è. E così il dibattito si concentra sulle responsabilità immediate, mentre **la competizione globale ridefinisce le gerarchie industriali**. Il rischio non è la perdita di qualche linea di montaggio. Tutte le economie avanzate hanno delocalizzato le fasi più standardizzate. Il rischio è non aver costruito, nel frattempo, **una nuova specializzazione di scala sufficiente**.

## Progettare il futuro è la vera sfida per l’industria italiana

**L’Italia conserva eccellenze** **nella Meccatronica, nel Design, nell’Ingegneria**. Ma spesso sono frammentate, sottodimensionate, prive di massa critica. Senza una politica industriale coerente su ricerca, formazione tecnica avanzata, attrazione di investimenti ad alto contenuto tecnologico, **la filiera rischia un’erosione lenta, ma costante **(che in questo momento assume anche la connotazione di crollo).

E qui la provocazione è inevitabile: stiamo finanziando la conservazione del passato perché **non siamo riusciti a progettare il futuro? **È opinione di chi scrive che le cose stanno proprio così e che non ci sono sintomi del contrario. Continuare a sostenere l’Automotive tradizionale potrebbe essere una scelta anche razionale, se il tempo guadagnato fosse usato per **costruire nuove competenze**: software automotive, gestione energetica, materiali avanzati, Intelligenza Artificiale applicata alla mobilità… Ma se il tempo è speso solo per **attenuare il conflitto sociale**, allora diventa un rinvio molto costoso.

L’*outsourcing* delle filiere automotive verso l’Europa dell’Est non è una minaccia esterna. È il risultato di scelte interne. **Quei Paesi hanno investito sistematicamente in formazione tecnica**, fiscalità competitiva, infrastrutture industriali. Hanno **accettato di essere** **piattaforme produttive** e stanno progressivamente salendo nella catena del valore (anche con il supporto dei finanziamenti europei). **Noi rischiamo di restare nel mezzo**: troppo costosi per i montaggi e i componenti standardizzati, troppo poco strutturati per dominare le nuove tecnologie chiave. La questione, allora, non è se la produzione si sposterà. Questo è già in atto. La questione è: **quale ruolo l’Italia intende occupare nella nuova geografia industriale **europea e globale**.**

Il tempo comprato oggi con le risorse pubbliche può essere un **investimento strategico o uno spreco storico.** Dipende da che cosa faremo domani. Ma una cosa è certa: se continuiamo a raccontarci che la politica può decidere contro la realtà economica, rischiamo di scoprire troppo tardi che **la realtà ha già deciso per noi. **Ma, soprattutto, il vero problema è che non si sente parlare di una nuova strategia né da parte del Governo né dell’opposizione…

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