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title: Il grande inganno degli incentivi alle imprese
description: Il grande errore compiuto negli ultimi decenni da tutti i governi italiani è stato quello di sostenere le imprese finanziando l’efficientamento di ciò che già fanno, invece di incentivare un aumento del valore di ciò che producono. Questa scelta, apparentemente razionale, si è rivelata nel tempo una...
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date: 2026-07-10
author: Lorenzo Sernicola
url: https://www.este.it/contenuti/il-grande-inganno-degli-incentivi-alle-imprese-2/
categories: [Contenuti]
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# Il grande inganno degli incentivi alle imprese

![Il grande inganno degli incentivi alle imprese](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/07/Copertine-PdM-2026-07-08T122200.838-1ubn8t-1024x683.png)

Il grande errore compiuto negli ultimi decenni da tutti i governi italiani è stato quello di **sostenere le imprese finanziando l’efficientamento di ciò che già fanno**, invece di **incentivare un aumento del valore** di ciò che producono. Questa scelta, apparentemente razionale, si è rivelata nel tempo una **leva inefficace per la crescita del Paese**. ‘Efficientare’ significa **fare le stesse cose a costi più bassi o con maggiore produttività interna**, ma non implica necessariamente creare più valore né aumentare il fatturato. E **senza un incremento del valore aggiunto non crescono i salari, **non aumenta il Pil pro capite e il sistema economico non diventa più attrattivo per giovani e talenti.

**In altre parole, si ottimizza l’esistente senza trasformarlo.** Peggio ancora: non si incentiva l’innovazione di prodotti e servizi, e ancor meno quella dei modelli di business. Ne è prova il fatto che, **negli altri Paesi è cambiato profondamente il mix del Pil tra prodotti fisici e servizi ad alto valore**, mentre in Italia è rimasto pressoché invariato da decenni. Nei servizi a valore siamo scesi al 43° posto su 44 Paesi (dati Ocse). Ovvero: **l’Italia ha provato ad aumentare la produttività tagliando i costi. Gli altri Paesi l’hanno fatto aumentando il valore**

## Abbiamo sostenuto ciò che esiste, invece di costruire ciò che manca

**I dati sulla produttività raccontano bene questo fallimento**. Negli ultimi cinquant’anni, la crescita della produttività in Italia è stata sostanzialmente nulla, nell’ordine dell’1-2%, mentre **nei principali Paesi dell’Europa occidentale si è registrato un aumento tra il 40% e il 60%**. Al di là delle differenze nelle modalità di calcolo, il divario è evidente e segnala **un problema strutturale**. Se per mezzo secolo si sono impiegate risorse pubbliche senza ottenere risultati comparabili agli altri Paesi, è difficile non concludere che la **leva utilizzata sia stata sbagliata**. Il contesto competitivo rende questo errore ancora più evidente. Il costo del lavoro in Italia si aggira intorno ai 30-32 euro l’ora, mentre in molti Paesi dell’Europa dell’Est è compreso tra gli 8 e i 12 euro.

**Nel frattempo, questi stessi Paesi hanno sviluppato capacità produttive che consentono loro di realizzare beni sempre più simili a quelli italiani. **In questo scenario, **competere sull’efficienza è una strategia perdente**: ci sarà sempre qualcuno in grado di produrre a costi inferiori. **Le eccellenze italiane, pur importanti, rappresentano nicchie ad alto valore ma con un impatto limitato sui volumi complessivi dell’economia.**

**Ciò che invece è effettivamente cresciuto, anche grazie agli incentivi pubblici, sono in molti casi i margini delle imprese**. Le aziende che hanno mantenuto livelli di fatturato stabili e hanno migliorato l’**efficienza attraverso investimenti tecnologici** finanziati dallo Stato hanno inevitabilmente aumentato i propri utili. Questo non è di per sé negativo, ma diventa problematico quando tali guadagni non si traducono in maggiore produttività complessiva o in benefici diffusi per il sistema economico. **Si osserva così un fenomeno apparentemente paradossale.** Lo Stato immette risorse, spesso facendo debito, con l’obiettivo di aumentare la produttività. Tuttavia, questa produttività non cresce in modo significativo, mentre **una parte rilevante delle risorse sembra riemergere sotto forma di risparmio privato**.

Nel periodo delle politiche monetarie espansive avviate nel 2012 con il “whatever it takes'” del governatore della Banca Centrale Europea Mario Draghi e dei programmi di Industria 4.0,** il risparmio privato in Italia è aumentato di circa 1.600 miliardi**. Dal 2019 in poi, tra pandemia, superbonus e altri interventi, il debito pubblico è cresciuto di ulteriori 750 miliardi, senza che la produttività totale dei fattori mostrasse un miglioramento apprezzabile.

Pur riconoscendo che questi fenomeni hanno cause multiple, **il disallineamento tra risorse impiegate e risultati ottenuti resta evidente**. Visto che i finanziamenti pubblici non sortiscono alcun effetto sulla produttività, mentre creano ulteriore debito, è forse una fortuna che l’attuale governo non abbia disponibilità a riguardo. Sarebbe probabilmente uno spreco di risorse. Almeno finché non impariamo a** trasformare immissioni finanziarie in aumenti strutturali del Pil, come sta invece riuscendo a fare la Spagna.    **

## Se la produttività non cresce, ogni incentivo diventa solo debito mascherato

Alla luce di tutto questo,** appare necessario ripensare radicalmente il modo in cui sono utilizzate le risorse pubbliche **a sostegno delle imprese. **Gli incentivi dovrebbero essere indirizzati esclusivamente verso attività che aumentano il valore aggiunto**: nuovi prodotti, servizi innovativi, modelli di business capaci di generare maggiore ricchezza. Continuare a finanziare l’efficienza di attività esistenti** rischia solo di migliorare i conti delle singole imprese** senza produrre benefici sistemici. Ricordiamo infatti che l’indice di produttività è dato dal rapporto tra ‘valore prodotto’ e ‘costo per produrlo’. Ciò che hanno fatto gli altri Paesi per aumentare la produttività è stato **accrescere il valore dei prodotti e dei servizi**, non semplicemente migliorarne l’efficienza. Il risultato è evidente nella distanza tra i loro numeri e i nostri.

Occorrerebbe **incentivare e premiare esclusivamente l’aumento del fatturato e del valore aggiunto**, concedendo crediti d’imposta utilizzabili solo a risultato raggiunto e in proporzione alla crescita effettiva.** Inoltre, come avviene in altri Paesi, i finanziamenti andrebbero erogati in modo selettivo: solo nei settori a maggior potenziale e su progetti chiaramente finalizzati ad aumentare il valore del prodotto,** del servizio o del modello di business. Paesi come Germania, Francia e Spagna seguono già questo approccio. Occorre, in altre parole, legare i benefici a risultati concreti e ridurre il rischio che le risorse vengano utilizzate senza un ritorno per la collettività.

Resta infine **una domanda difficilmente eludibile**: perché, a fronte di una significativa liquidità accumulata, **molte imprese italiane continuano a fare affidamento sui finanziamenti pubblici per innovare **invece di utilizzare risorse proprie? La risposta chiama in causa incentivi distorti e una scarsa propensione al rischio, ma soprattutto un sistema che, così com’è strutturato, rende spesso **più conveniente attendere il sostegno pubblico che investire autonomamente**. Senza un cambiamento di approccio, il rischio è di continuare ad alimentare **un circolo vizioso** in cui il debito pubblico cresce, il risparmio privato aumenta, **ma la produttività e il valore dell’economia restano sostanzialmente fermi.**

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