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title: Il grande bluff della carenza dei lavoratori
description: "Da qualche anno in Italia sembra non esserci un confronto su temi economici che non arrivi alla medesima conclusione: mancano i lavoratori. Le imprese non trovano personale, interi settori parlano di emergenza, le previsioni demografiche vengono evocate come una condanna inevitabile.  Secondo alcune..."
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date: 2026-01-30
author: Lorenzo Sernicola
url: https://www.este.it/contenuti/il-grande-bluff-della-carenza-dei-lavoratori/
categories: [Contenuti]
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# Il grande bluff della carenza dei lavoratori

![Il grande bluff della carenza dei lavoratori](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/01/pexels-cottonbro-5483236-scaled-T3WqUV-1024x683.jpg)

Da qualche anno in Italia sembra non esserci un confronto su temi economici che non arrivi alla medesima conclusione: **mancano i lavoratori.** Le imprese non trovano personale, interi settori parlano di emergenza, le previsioni demografiche vengono evocate come una condanna inevitabile.  Secondo alcune stime, **mancherebbero tra gli 800mila e il milione di lavoratori** e tra 10 o 15 anni potrebbero mancarne fino a 3 milioni. È su questi numeri che **si costruisce una narrazione apparentemente lineare: pochi giovani, troppe pensioni, una forza lavoro che si restringe**. Da qui, soluzioni altrettanto lineari: più immigrazione, più flessibilità, allungamento dell’età pensionabile**. **Eppure, guardando la situazione più da vicino, il quadro è diverso da come ci viene presentato, specialmente nelle possibili soluzioni.  

Infatti, **una parte rilevante di quei lavoratori mancanti in realtà esiste già**. Solo che si tratta di lavoratori che non lavorano, o lavorano meno di quanto potrebbero, o lavorano altrove. Non è vero che uno dei principali motivi di mancanza di lavoratori attivi è il fatto che **in Italia si va in pensione prima degli altri Paesi europei.** L’età media effettiva di pensionamento è ormai allineata a quella tedesca, intorno ai 64–65 anni. Però, nonostante **da noi si vada in pensione alla stessa età dei tedeschi**, la durata complessiva della vita lavorativa italiana è molto più corta: **poco più di 32 anni, contro quasi 40 in Germania**. Il problema non è dunque quando si esce dal mondo del lavoro, ma quando ci si entra. **La differenza non sta alla fine della carriera**, ma all’inizio e nel mezzo.

**Gli italiani entrano nel mercato del lavoro troppo tardi**. Non perché studino troppo, ma perché il passaggio dalla formazione all’occupazione è lento, incerto, frammentato. Tra stage, contratti brevi, periodi di inattività e sottooccupazione, si perdono anni che non tornano più**. Ogni anno di lavoro perso a 25 anni non è come uno perso a 60: **pesa molto di più sull’intera traiettoria lavorativa. Recuperare anche solo tre o quattro anni all’inizio significherebbe, nel tempo, aumentare sensibilmente la base dei lavoratori attivi.

Se avessimo una durata della vita lavorativa simile a quella tedesca (40 anni invece di 32), la forza lavoro attiva sarebbe addirittura superiore di circa il 25% rispetto all’attuale. Con una quota di occupati di circa 26 milioni di persone nel 2026, significherebbe **avere a regime oltre 6,5 milioni di lavoratori in più**. Anche ipotizzando che possano servire vent’anni per colmare questo divario, parliamo comunque **dell’equivalente di oltre trecentomila lavoratori in più all’anno**: più di quanti ne vengano oggi indicati come mancanti.

## L’emigrazione dei giovani e il lavoro femminile: due bacini sommersi

Ma c’è un altro effetto, spesso sottovalutato**. **Molti giovani, proprio in questa fase iniziale così fragile, scelgono di andarsene all’estero**.** **Non perché all’estero ‘ci sia più lavoro’ in astratto**, ma perché trovano ciò che qui spesso manca: ingresso più rapido, carriere più leggibili, prospettive meno incerte. **L’emigrazione giovanile non è solo un problema demografico**. È una perdita diretta di forza lavoro e di capitale umano già formato con risorse pubbliche italiane**.** **Ridurre in modo significativo questa emigrazione** avrebbe un doppio effetto: più giovani che restano e più anni di lavoro che si accumulano nel Paese. E non è utopistico immaginare anche al **possibile rientro di una parte di chi è già andato via**. Molti tornerebbero se esistessero condizioni credibili di lavoro e di vita e retribuzioni più alte. Invece che perdere lavoratori e quanto speso per formarli, sarebbe più **conveniente detassare le loro retribuzioni** lorde per colmare in tutto, o in parte, la differenza rispetto alle retribuzioni estere.

Poi c’è il grande tema strutturale dell’occupazione femminile. **In Italia le donne lavorano meno, entrano più tardi, escono più spesso e rientrano con maggiore difficoltà. **Le carriere si spezzano nel momento di massima produttività, tra i 30 e i 45 anni, e quelle interruzioni troppo spesso diventano definitive. Qui il problema non è la scelta individuale, ma **l’organizzazione del sistema Italia**: servizi di cura insufficienti, part‑time penalizzante, carriere costruite su modelli maschili novecenteschi. Se l’occupazione femminile italiana si avvicinasse anche solo alla media europea, **il Paese recupererebbe un bacino di lavoratori pari a oltre 1 milione di unità** equivalenti in modo stabile.

## Il paradosso delle ore ferme

Si potrebbe pensare che il problema sia risolvibile solo nel futuro: giovani da trattenere, donne da includere, emigrati da far tornare**. Ma c’è anche un paradosso del presente**. Ogni anno, in Italia, circa 140 milioni di ore di lavoro vengono sospese attraverso la Cassa integrazione guadagni straordinaria (Cigs) e solo una piccola parte viene utilizzata (circa 38 milioni). Lavoratori formalmente occupati, spesso con competenze preziose, restano **inattivi perché la loro azienda è in crisi o in ristrutturazione**, con basse probabilità di ripresa. Si tratta di circa **100 milioni di ore pagate e non utilizzate**. È l’equivalente di 57mila lavoratori pagati per non fare niente.

Nel frattempo, altre imprese – talvolta nello stesso territorio – non trovano personale. **Lo Stato paga perché alcune persone non lavorino**, mentre altre aziende rinunciano a produrre per mancanza di lavoratori.** **È difficile immaginare un esempio più evidente di **cattiva allocazione delle risorse**. Quelle ore potrebbero diventare una risorsa temporanea, o anche definitiva, per altre imprese: distacchi, prestiti di manodopera, utilizzo interaziendale. Non per smantellare la Cigs, ma per **trasformarla da parcheggio a ponte**.

Mettendo insieme quanto argomentato finora, il quadro della carenza di lavoratori cambia radicalmente**. **Tra ingresso anticipato dei giovani, riduzione dell’emigrazione, rientro di una parte degli espatriati, aumento dell’occupazione femminile, utilizzo delle ore oggi ferme in Cigs e migliore integrazione delle nuove generazioni, **l’Italia potrebbe recuperare tra 1,8 e 2,8 milioni di lavoratori equivalenti.** Una cifra paragonabile – se non superiore – alle stime della carenza annunciata per i prossimi decenni. **La forza lavoro non manca: non è utilizzata. **La vera emergenza non è la quantità di persone, ma il modo in cui il lavoro è organizzato, distribuito, reso fruibile. **Entriamo tardi, usciamo troppo spesso**, teniamo ferme risorse pagate dallo Stato e **lasciamo andare capitale umano che poi diciamo di rimpiangere**. Forse, prima di chiederci dove trovare nuovi lavoratori, **dovremmo chiederci perché quelli che abbiamo non riescono a lavorare davvero.**

[Scenari macroeconomici](https://www.paroledimanagement.it/scenari-macroeconomici/)

### Attaccati al Pil (pro capite)

Le parole ‘crescita’ e ‘sviluppo’ sono tornate nel lessico politico. Ma spesso come slogan. L'Italia si concentra troppo sul Pil nazionale. Però la produttività passa per il Pil pro capite.

## Il valore del lavoro non aumenta con l’immigrazione

Un Paese in calo demografico deve **smettere di illudersi di poter far crescere il Pil complessivo nazionale.** **L’obiettivo realistico – e necessario – è l’aumento del Pil pro capite**. Recuperare le ore di lavoro oggi inutilizzate potrebbe, in teoria, consentire un aumento del Pil addirittura del 10%, colmando larga parte del divario con gli altri Paesi europei. Ma questo recupero di ore di lavoro non garantisce affatto di poter raggiungere tale risultato. **Il nodo vero è il valore aggiunto dei nostri posti di lavoro, troppo basso **rispetto a Francia, Germania e ancor più rispetto ai Paesi del Nord Europa. Un posto di lavoro tedesco genera circa il 45% di valore in più di uno italiano. In mercati maturi e saturi, **la produttività non cresce inseguendo l’efficienza**: non possiamo competere sui volumi con Paesi che hanno costi del lavoro tre volte inferiori (ad esempio la Polonia).

Servirebbero aumenti di efficienza semplicemente impossibili**. L’unica strada è aumentare il valore dei prodotti e dei servizi. **E qui falliscono gli imprenditori, che non riescono ad aumentare il valore dei loro prodotti o servizi, ma anche lo Stato, che da decenni **finanzia a pioggia l’aumento dell’efficienza anziché l’aumento del valore**. Risultato: utili aziendali più alti, talvolta meno occupazione grazie all’automazione, ma produttività ferma.

Non a caso, mentre il Pil ristagna, la ricchezza finanziaria degli italiani è cresciuta molto. Le decine di miliardi di nuovo debito che facciamo ogni anno (50-100 miliardi all’anno negli ultimi 50 anni) finiscono nelle coperture dei costi del welfare (non sostenuti dal Pil) e nei conti correnti degli italiani (aumentati di ben 1.600 miliardi nel decennio 2011-2021).  **E intanto il Pil reale non cresce, e quello nominale regge solo grazie a iniezioni straordinarie di finanza **come quelle del Superbonus e del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).** **Senza un cambio radicale di rotta, il lavoro potrà anche aumentare con l’utilizzo di lavoratori immigrati. Il reddito pro capite no (anche perché i lavori affidati agli immigrati sono in generale a basso valore aggiunto). Comunque, **non ci servono altri lavoratori**, tranne che per quei lavori che gli Italiani non vogliono più fare.

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