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title: Il Diavolo veste Prada 2 è (di nuovo) un film sul lavoro
description: "A 20 anni dal film che ha trasformato Miranda Priestly in un’icona pop del potere editoriale, Il Diavolo veste Prada è tornato nei cinema con una gigantesca operazione mediatica: una sorta di crossover fra moda, marketing e nostalgia millennial."
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date: 2026-05-11
author: Lorenzo Sernicola
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categories: [Contenuti]
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# Il Diavolo veste Prada 2 è (di nuovo) un film sul lavoro

![Il Diavolo veste Prada 2 è (di nuovo) un film sul lavoro](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/05/Copertine-PdM-36-p5SrG9-1024x683.png)

A 20 anni dal film che ha trasformato **Miranda Priestly **in un’icona pop del potere editoriale, ***Il Diavolo veste Prada* è tornato nei** **cinema** con una gigantesca operazione mediatica: una sorta di crossover fra moda, marketing e nostalgia millennial. Fra **gadget** costosissimi (il *pop corn bucket* a forma di borsetta distribuito alle prime e che ora si trova online a prezzi di bagarino) e le** strepitose passerelle **degli attori impegnati nel press tour mondiale, l’**hype **è stato sapientemente costruito e servito per il secondo capitolo del film.

Ma** la pellicola sta facendo discutere** e non per i motivi che ci si potrebbero aspettare. Se il primo film era una sorta di **favola contemporanea sul lavoro** in cui la protagonista Andy Sachs, novella Biancaneve, ribaltava il regno della matrigna cattiva, l’algida e dispotica Miranda, **direttrice della potentissima rivista di moda *Runway***, per affermare una visione autonoma di se stessa e del proprio lavoro, nel secondo capitolo c’è molto meno spazio per le parabole personali, perché **il mondo sta… cadendo a pezzi**. E noi (lavoratori) con esso.

## Runway e la crisi del giornalismo

Il ***Diavolo veste Prada 2*** parla essenzialmente della **crisi globale dell’informazione e dell’editoria**. L’intero sistema editoriale è costretto a misurarsi con la **trasformazione digitale**: persino l’onnipotente *Runway *è diventata una rivista online. **L’abbandono della carta stampata** non è solo il tramonto di un supporto fisico, ma l’archiviazione definitiva di una **forma di potere mediatico**. E con un pubblico tanto vorace quanto effimero, persino la strapotente Miranda, che 20 anni prima decideva le sorti dei brand di moda con un’alzata di sopracciglio, oggi si trova a correre dietro alle **metriche oscure di *views* e like**.

Andy è diventata un’affermata **giornalista d’inchiesta**: non importa quanto valore abbia il suo lavoro, **equivale a zero se** **nessuno clicca i suoi articoli**. La velocità di fruizione ha modificato anche il **valore percepito** **del lavoro giornalistico**. E così come è successo ai circa 300 (veri) giornalisti del ***Washington Post* **che febbraio 2026 sono stati licenziati dal patron del giornale Jeff Bezos, anche Andy **perde il posto di lavoro** a causa dei tagli.

Come confessa a un certo punto **Stanley Tucci**, che interpreta il fido aiutante di Miranda, Nigel: “**Creiamo contenuti per la gente che scrolla mentre fa la pipì**”. Non è un caso se i proventi della vendita all’asta dei costumi del film, hanno annunciato Meryl Streep e Anne Hathaway il 24 aprile 2026 in **conferenza stampa **a Seoul,  verranno donati al ***Committee to protect journalism***, organizzazione no profit statunitense per la difesa della libertà di stampa.

## Il ritorno dell’ambizione

Così come il primo capitolo della saga era, di base, un **film sul lavoro**, così lo è il secondo. Curiosamente, entrambi vanno **contro il sentire comune** dei propri tempi. Nel primo film, **Andy rinuncia a un lavoro ambitissimo** (per cui “1 milione di ragazze ucciderebbero”), ma caratterizzato da ritmi inumani, competizione esasperata e leadership tossica, per **trovare un** **equilibrio più funzionale** ai suoi desideri. In questo senso, **la pellicola aveva anticipato il tema del** **work-life balance come forma di retention**, emerso come protagonista nelle **politiche organizzative** dell’ultimo decennio. La stessa Miranda, che governa l’azienda con cristallino autoritarismo, sembra aprirsi sul finale a uno **stile di leadership più empatico**.

Con il secondo capitolo della saga, la musica cambia. Nel sentire comune, soprattutto delle generazioni più giovani, lavoro non significa più appartenenza. **Per la GenZ, gli sforzi per il lavoro non sembrano più valere la pena**. Anche perché, a ben vedere, il lavoro nel 2026 è **molto meno redditizio **di quanto non fosse 20 anni prima. Oggi viviamo in un **mondo di risorse limitate**: le carriere si restringono, il lavoro paga meno, le opportunità scarseggiano. Eppure, **il *Diavolo veste Prada 2* rimette il lavoro al centro** e restituisce **dignità all’ambizione**. E ha il pregio di non sostituirla con elementi narrativi più rassicuranti: **Andy non si è sposata e non ha figli perché ha** **investito su una professione** a cui sente di appartenere e che ama. In questo senso, **non esiste il work-life balance**, se il lavoro è la prima scelta di una persona. Il film ha anche il pregio di affrontare questo tema da un’ottica femminile, senza ridurre l’ambizione a colpa o caricatura.

## Nigel e il prezioso lavoro dell’HR

Da un punto di vista **organizzativo e manageriale**, una menzione speciale va spesa per la figura di **Nigel**, il fido aiutante di Miranda. “**Nigel ricorda molto il lavoro dell’HR**: pur rimanendo dietro le quinte, ha sempre chiara la **strategia aziendale**”, spiega **Michela Trentin**, **HR Consultant e CEO di MTC Consulting**.

Nigel è il **punto di incontro** tra la direzione e la prima linea, il collante che tiene insieme le **esigenze organizzative e le persone**. Sa trasferire anche le notizie più difficili ai dipendenti, senza perdere la **connessione di intenti con la leadership**. Nel suo ruolo, supporta l’azienda anche quando gli altri crollano. Nigel, pur essendo stato tradito da Miranda, continua a comprenderne la logica del potere e della sopravvivenza professionale. “Ed è proprio lì che il **personaggio diventa straordinario**: non è cieco, non è ingenuo, ma sceglie comunque **la lealtà verso un sistema** che conosce perfettamente, come fa un HR quando accetta di lavorare in una azienda”, prosegue Trentin.

La logica del benessere, in questo secondo capitolo della saga, è ribaltata rispetto al primo film: le **aziende in cui le persone stanno bene** **sono anche le aziende che performano**, e non viceversa. “A volte andiamo troppo dietro al concetto di benessere, dimenticando che** il lavoro è anche qualche notte insonne, sacrificio e impegno**”, spiega Trentin. L’importante è arrivare a sentire il **valore del proprio contributo**, soprattutto quando è costato qualche mal di pancia. 

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