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Il baco della gerarchia

Oggi siamo abituati a vivere in democrazia. Ciò è vero almeno per una parte della popolazione mondiale. Chiamiamo così questo ‘quasi’ consolidato modello di convivenza e gestione del potere. È una forma di governo distillata in tantissimi anni di storia umana, cresciuta tra mille peripezie, dopo parti travagliati, dolori e conquiste, passi in avanti e ‘salti da gambero’. Ripercorriamo il viaggio, dalle origini nella Grecia antica, fino a oggi e andiamo fieri della nostra libertà, dell’uguaglianza, della partecipazione alla cosa pubblica, dell’espressione libera delle nostre opinioni, del poter discutere senza essere censurati.

Quando lavoriamo, invece, siamo abituati ad altre forme di governo, caratterizzate da strutture gerarchiche in cui vi è un vertice che comanda e c’è un insieme di persone che obbedisce, sulla base di un contratto di subordinazione.

Se indaghiamo l’origine della parola “gerarchia” veniamo catapultati in un’altra dimensione della realtà, che ha a che fare con il sacro e il suo governo. Ierarchía è una parola del greco tardo, composta da hieròs, che significa “sacro”, e árkhein che fa riferimento al “presiedere” e all’essere “a capo delle funzioni sacre”.

Il concetto di gerarchia è fatto risalire al filosofo Dionigi Areopagita, vissuto tra il V e VI secolo d.C., il quale scrisse i trattati De coelesti hierarchia e De ecclesiastica hierarchia. L’autore disegnò una piramide con al vertice Dio, composta da nove ordini di livello inferiore: serafini, cherubini, troni, dominazioni, potenze e giù giù fino agli angeli. Dionigi volle rappresentare l’ordine complessivo del cosmo, in cui l’universo celeste e il mondo terreno sono legati in modo armonico nella superiore unità di Dio. Più si scende di livello, più la natura si impoverisce. All’ultimo stadio ci siamo noi, poveri esseri umani, miseri e tapini. Non possiamo neppure pensare di metterci in comunicazione direttamente con Dio, perché siamo inadeguati a comprenderlo. Abbiamo bisogno di agenti che siano capaci di mediare la comunicazione dal vertice fino a noi, in modo che sia accessibile e comprensibile.

Questo modello, lungi dall’essere un puro problema linguistico, rappresenta una metafora del nostro mondo organizzativo. È un modo di pensare che influenza i nostri valori e comportamenti. Pertanto è bene indagarlo, per comprendere dove ci porta. Nel farlo ci accorgiamo presto che potrebbe nascondere un baco. Il paradigma gerarchico top-down funziona bene quando c’è di mezzo Dio, perché lui ha, tra i suoi attributi, l’onniscienza. Quindi noi esseri umani non abbiamo bisogno di comunicare bottom-up con Dio né abbiamo la necessità di fare escalation, perché Dio sa tutto e conosce il bene dei propri figli meglio di quanto essi stessi possano mai afferrare. Al contrario, i vertici aziendali, anche i più dotati di competenze previsionali, non sono Dio, ossia hanno costante bisogno di informazioni provenienti dai livelli inferiori per conoscere il contesto in cui si muovono e rispetto al quale sono chiamati a fare scelte. Anzi, il mondo stesso in cui vivono è costruito dalla relazione tra le loro conoscenze e quelle dei collaboratori. Il paradigma gerarchico unidirezionale non regge alla prova della realtà di oggi. Se pensiamo a quanto possano essere lente comunicazioni e decisioni che rispettano in modo inflessibile la catena della gerarchia, ponendole in relazione con la velocità di reazione richiesta dal mercato attuale, impallidiamo!

Seguendo il filo di queste riflessioni ritengo che il problema non stia nel capire se la gerarchia debba essere tenuta o buttata via, ma se il modello di governo sia ancora funzionale allo scopo o se siano più efficaci altre forme di gestione. Probabilmente la cornice di governance, intesa come responsabilità sulle decisioni finali e come indicazione della direzione da prendere, continuerà a permanere. Ma la struttura piramidale di controllo potrebbe lasciare spazio a nuclei operativi ‘a stella’, ‘a network’, in cui i nodi possano sviluppare dinamiche di auto-organizzazione e autodeterminazione più motivanti e coinvolgenti per gli individui, in cui la leadership svolga una funzione di hub di rete, ispiratrice di valori in grado di orientare scelte e comportamenti coerenti con l’iniziativa imprenditoriale.

Mauro De Martini cura la rubrica “Risonanze formative” sulla rivista Persone&Conoscenze.
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