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Ieri mamma, e oggi?

“Ho due figli ormai grandi di 23 e 27 anni e ora desidero mettermi a disposizione di una famiglia con bimbi piccoli”. “Ho fatto la mamma a tempo pieno e ora che i miei figli sono autonomi cerco occupazione come tata”. Questo è il ritornello che ricorre negli annunci online che ho consultato avidamente, alla ricerca di un aiuto per gestire le mie due bimbe dopo l’asilo. Alcune candidate le abbiamo incontrate dal vivo. Laura, 59 anni, da qualche anno si prende cura di bambini piccoli a tempo pieno, anche lei viene dall’aver tirato su i suoi due ragazzi che adesso sono entrambi all’estero. Lavorava in un’azienda farmaceutica, ma ha lasciato per dedicarsi a loro. Patrizia viene da un percorso simile: “Quando è nata la mia prima figlia ho smesso di lavorare e adesso che cosa si fa? O si fan le pulizie oppure si fanno questi lavori” (tata o baby sitter). Non c’è polemica nei suoi toni né rimpianto o rassegnazione. La sua mi pare più una pura constatazione, come se sottintendesse che le cose dovevano andare così.

Dopo aver letto di come questa generazione di donne racconta di sé e del proprio ruolo, e dopo averne incontrata qualcuna, mi prende un senso di crescente malinconia e amarezza. L’amarezza deriva dal fatto che per queste donne, che oggi viaggiano tra i 50 e i 60, lasciare il lavoro per occuparsi dei figli era un passo già scritto nel mansionario del proprio ruolo sociale di madri. Eppure, non ho colto in loro quel senso di rabbioso rimpianto verso tutto ciò che ‘si sono perse’ uscendo dalla scena del mercato del lavoro; quel rimpianto che anima le molto più accese recriminazioni da parte delle mamme di oggi o delle ragazze che vedono davanti a sé una prospettiva di conciliazione poco realizzabile e di gestione della maternità per nulla seducente.

Il malcontento di queste 50enni nasce dalla difficoltà di reinserirsi oggi, ma non si rivolge a quell’impianto sociale che, quando i loro figli sono nati, le ha spinte ai margini o le ha portate ad autoescludersi, senza minimamente incoraggiarle a investire nella loro employability futura. Il percorso lavorativo di queste donne ha avuto un andamento sinusoidale, diversamente da quello degli uomini che normalmente attraversa tutte le ere della storia nella forma di una fiera linea retta costantemente in ascesa. Il percorso femminile di queste aspiranti tate si compone generalmente di due ere, quella ante figli e quella in cui i figli sono diventati autonomi. In mezzo una voragine di un ventennio in cui le loro competenze, attitudini e ambizioni personali sono state congelate per essere sbrinate oggi, inalterate, in una forma che risulta inutilizzabile nelle coordinate di un tempo e di uno spazio lavorativo che nel frattempo si è modificato a doppia velocità. Ecco quindi che, come fantasmi che devono saldare delle questioni in sospeso, si aggirano silenziose, né morte né vive, alla ricerca di un loro posto (di lavoro) che possa mettere a valore le risorse ancora inutilizzate.

Ben che vada finiscono a curare un bimbo, magari in nero, perché tanto “con i pochi anni di lavoro che ho prenderò la pensione minima e i contributi non mi servono, anzi ci rimetto” (così ci ha detto Paola, ex insegnante di educazione fisica). Il loro lavoro alimenta quel mercato sommerso del welfare che fornisce un alibi d’acciaio alle nostre istituzioni per continuare a non costruire un’impalcatura solida e inclusiva, che sia veramente di sostegno per le famiglie di oggi. Tanto ci sono le tate e magari anche in nero. Che però sono le mamme di ieri ‘che non ce l’hanno fatta’. “Vogliamo essere noi le tate del futuro?”, mi viene da chiedere alle mie coetanee.

Tante di queste donne Over 50 probabilmente proseguiranno la propria missione di agenti segreti (molto segreti) del welfare, passando dal curare i propri figli al curare i propri ‘vecchi’: un esercito silenzioso al servizio del patriarcato, ancelle di uno stato sociale che non le vuole vedere, ma che ha disperatamente bisogno di loro e che ignorandole le lega a sé a doppio filo, sfruttandone talvolta l’ignoranza e certamente la forza lavoro, per tutto il corso della loro vita.

Quando pensiamo alla maternità occorre dunque non limitare lo sguardo solo al primo miglio, quello che riguarda la gestione dei malanni di un bimbo piccolo, delle assenze dal lavoro un giorno sì e l’altro pure, dell’asilo che costa e che non ci dà il posto… ma anche al nostro futuro nemmeno troppo lontano. Quanto siamo disposte a mettere in discussione il riconoscimento del nostro ruolo sociale? Quanto siamo disposte ad accostare nella corsia d’emergenza pur avendo un’auto perfettamente funzionante e poi rientrare nel traffico quando sulla carreggiata ci saranno solo navicelle che partono per Marte?

Martina Galbiati cura la rubrica “Risorse Umane e non Umane” sulla rivista Persone&Conoscenze.
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