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Estonia e Islanda, i paradisi (europei) degli smart worker

A bordo piscina, alle pendici di una montagna innevata o nella città più esotica del mondo. Il trend del work from anywhere, stimolato dalla diffusione del lavoro da remoto, esercita un appeal crescente, soprattutto sui più giovani. Eppure, anche vivere da nomadi digitali ha i suoi costi. Innanzitutto, fiscali.

Il New York Times ha stilato una guida per i lettori che pianificano di lavorare all’estero per metterli in guardia sulle diverse regole in materia di tassazione. Il consiglio per i cittadini statunitensi è di limitarsi a brevi periodi fuori dagli Usa, inferiori di regola ai sei mesi, per evitare il rischio di essere assoggettati a un secondo prelievo fiscale nello Stato in cui si svolge fisicamente la propria attività. In alternativa, vanno preferite mete ad hoc, puntando su quei Paesi che offrono un permesso di soggiorno che esenta dal pagamento dei tributi locali finché si dipende da un datore di lavoro con base all’estero.

Destinazioni tipicamente vacanziere per gli Usa, come Isole Cayman, Bermuda, Aruba, Costa Rica, Antigua e Barbuda, hanno messo a punto programmi volti a incentivare il turismo degli smart worker: consentono, quindi, a quanti lavorano all’estero di restare senza pagare le tasse del posto per periodi che vanno dai sei mesi fino ai due anni. Anche Estonia e Islanda offrono permessi ai visitatori che lavorano da remoto, da sei mesi a un anno, sottraendoli alle locali imposte sul reddito.

Le tasse eventualmente dovute al Paese in cui si lavora si sommerebbero comunque a quelle dovute al fisco degli Stati Uniti. Il giornale ha messo, infine, in guardia dai rischi di una mancata comunicazione al datore di lavoro della scelta di continuare a lavorare dall’estero: l’azienda, infatti, ha necessità di sapere in quale luogo operano i propri dipendenti, perché potrebbe anch’essa dover adempiere a obblighi fiscali per i redditi prodotti all’estero.

Fonte: New York Times

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