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Consulenza filosofica per la digitalizzazione

Che cosa ha a che fare la Filosofia con l’impresa? Tra profitto e Filosofia può esserci una relazione? E ancora: la consulenza filosofica può sostenere la trasformazione digitale dell’azienda?

Domande apparentemente un po’ oziose, che rimandano invece tutte a un nodo di fondo: quanto più l’azienda e la sua organizzazione tendono a dematerializzarsi, e quanto più le componenti intangibili diventano strategiche per il successo del business, tanto più diventa indispensabile ancorare la gestione delle risorse umane e dell’impresa stessa a un forte centro di gravità.

Si dirà che quel centro è dato dall’identità e dai valori. Ma oggi non basta, di fronte allo scacco della pandemia e alle sfide dello scenario che ci attende all’uscita del tunnel, occorre una ricerca di senso. Allora le domande poste da un approccio pragmaticamente filosofico si rendono necessarie: stiamo dando un senso di scopo alle persone che lavorano in azienda? Stiamo dando all’azienda stessa la visione di cosa vuole diventare ed essere nel post pandemia? Ci si chiede, anche: quale può essere il suo contributo specifico a un pianeta migliore e sostenibile?

La consulenza filosofica non è una moda del momento e neppure una pratica giovane. Già nel 2006 Andrea Vitullo ne parlava nel suo libro Leadership riflessive (Apogeo) e il filosofo Peter B. Raabe ne tentava una prima sistematizzazione nella sua Teoria e pratica della consulenza filosofica (Apogeo). La consulente filosofica Eugénie Vegleris due anni dopo pubblicava Manager con la filosofia (Apogeo), con l’accattivante sottotitolo Come migliorare la vita in azienda. E ancora sono seguiti altri importanti contributi. Non vi sono statistiche disponibili e forse nessuno lo direbbe, molti laureati in Filosofia diventano Top manager. Marchionne non è più un’eccezione.

Il punto è che nel mondo liquido la cognizione scientifica del management si rivela insufficiente a guidare l’azienda e le persone; in un’epoca di transizioni e trasformazioni ci troviamo sempre di più di fronte alla necessità di una vision e di una domanda di senso. Anche le pratiche di una formazione veloce, erogata attraverso App o ridotta in pillole, denunciano il limite della mancanza di profondità. Se davvero siamo convinti che l’impresa non sia solo una macchina per fare soldi, ma un essere vivente in quanto evoluzione delle capacità umane ai livelli organizzativi e di creazione di valore, allora ha ragione il filosofo canadese Lou Marinoff: “Platone è meglio del Prozac”. La consulenza filosofica può rivelarsi straordinariamente utile per affrontare problemi concreti, aiutando i manager ad abbandonare la logica binaria (proprio quella alla base della digitalizzazione) e a muoversi in un ambiente fatto di apparenze, ambiguità e complessità.

Direte che per questo c’è già il coaching. Ma il counseling filosofico non vi si sovrappone: se il coaching agisce sul piano razionale e motivazionale di specifici obiettivi personali da raggiungere, la pratica filosofica si muove invece sul piano delle idee e degli schemi mentali, innescando con la dialettica del dialogo risposte a una domanda di senso, anche affrontando questioni scomode e in grado di mettere in crisi i propri stereotipi e punti di vista sulla realtà.

I Direttori del Personale sanno bene che la trasformazione digitale dell’azienda (ma anche della Pubblica amministrazione) non investe solo la dimensione tecnologica e finanziaria, ma è una partita che si gioca sul terreno dell’organizzazione del lavoro: devono farsi ascoltare dal capo azienda e dai colleghi nei comitati di Direzione, devono comprendere la natura e le implicazioni umane degli investimenti tecnologici, devono fare la propria parte nella elaborazione del piano strategico dell’azienda. Perché la posta in gioco è altissima. La digitalizzazione dei processi non si limita al lavoro d’ufficio; se non è integrale, investendo l’intero ciclo operativo e gestionale dell’impresa, non c’è ritorno dell’investimento. E dunque modifica l’occupazione, i profili professionali, le competenze, agisce tanto sui bisogni e sulle motivazioni dei collaboratori, quanto sullo stile di leadership e sul ruolo stesso del management. È qui la rivoluzione digitale.

Serve costruire soluzioni che non lascino a se stessi i driver della tecnologia, ma consentano alle persone lo spazio delle decisioni, delle interpretazioni e delle relazioni intersoggettive. Lo spazio del pensiero.

Francesco Donato Perillo cura la rubrica “L’impresa imperfetta” sulla rivista Persone&Conoscenze.
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