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title: Appesi a un Pil (cattivo)
description: "Ci raccontano il Prodotto interno lordo (Pil) come l’indicatore assoluto della bontà dell’economia di un Paese: se cresce va tutto bene, se cala siamo nei guai. Senza considerare altri indicatori di qualità della vita e simili, il Pil è comunque una semplificazione ingannevole, perché non distingue..."
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date: 2026-05-22
author: Lorenzo Sernicola
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categories: [Contenuti]
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# Appesi a un Pil (cattivo)

![Appesi a un Pil (cattivo)](https://www.este.it/wp-content/uploads/2026/05/Banca_Italia-scaled-1hHQSG-1024x565.jpg)

Ci raccontano il Prodotto interno lordo (**Pil) come l’indicatore assoluto della bontà dell’economia di un Paese**: se cresce va tutto bene, se cala siamo nei guai. Senza considerare altri indicatori di qualità della vita e simili, il Pil è comunque una semplificazione ingannevole, perché non distingue tra la **ricchezza che crea futuro** e quella che si limita a spostare denaro da una tasca all’altra. **Dentro il Pil finisce tutto**: innovazione e rendite, export e burocrazia, ricerca e… bollette gonfiate.

Prendiamo il caso della **casa di proprietà**. In Italia è quasi una religione patrimoniale, ma nelle statistiche economiche **diventa anche una voce di Pil**. Come? Attraverso gli ‘affitti imputati’: si calcola un affitto teorico che il proprietario pagherebbe a se stesso e quel valore entra nei conti nazionali. È una regola internazionale, ma in Italia pesa molto più che altrove perché **la proprietà immobiliare è maggiore**. Il risultato è paradossale: **una parte consistente del Pil italiano deriva da ricchezza immobiliare ‘ferma’**, che non produce innovazione, brevetti, produttività o nuove imprese. È un patrimonio che dorme nei muri. In Italia **gli affitti imputati valgono circa il 10% del Pil**, il doppio della Germania. Significa che una fetta enorme della nostra ‘ricchezza’ è in realtà contabilità, non economia dinamica.

Lo stesso vale per i **profitti bancari**. Se una banca guadagna perché finanzia investimenti produttivi, bene. Ma se gli utili record arrivano soprattutto dal rialzo dei tassi, allora il **Pil cresce mentre famiglie e imprese pagano mutui più cari **e credito più costoso. Non è nuova ricchezza: è **redistribuzione verso il sistema finanziario**. Anzi si potrebbe definire come una estrazione di ricchezza dal Paese per distribuirla agli azionisti delle banche (non è re-immessa nel sistema per finanziare sviluppo).

Anche l’energia segue la stessa logica. **Se il prezzo del gas esplode, aumentano fatturati** e utili delle società energetiche, e il Pil sale. Ma **un’industria che paga bollette più alte non è più produttiva**; una famiglia che spende di più per scaldarsi non è più ricca. Eppure tutto questo entra nelle statistiche come ‘crescita’.

## La produttività ristagna e i salari restano bassi

Qui sta il nodo: **il Pil contabilizza anche ciò che impoverisce cittadini e imprese**. Per questo non tutto il Pil ha lo stesso valore. Ce n’è uno ‘buono’: è quello che nasce da innovazione, ricerca, export ad alto margine, software, turismo organizzato, tecnologia, servizi avanzati, università attrattive, imprese capaci di crescere nel mondo. **E poi c’è un Pil ‘cattivo’**: è quello alimentato da rendite, oligopoli, rincari obbligati, immobili improduttivi, burocrazia, extra-profitti finanziari e spesa pubblica senza effetti duraturi.

Il problema italiano è che abbiamo troppo del secondo e troppo poco del primo**. Continuiamo a concepire la ricchezza come possesso**, non come capacità di generare valore. Così il Paese appare più solido di quanto sia, mentre **la produttività ristagna, i salari reali arrancano, i giovani emigrano** e la tecnologia arriva quasi sempre dall’estero. Il confronto con Germania, Francia o Svizzera è impietoso proprio per i motivi appena esposti: lì **una quota maggiore dell’economia è legata a servizi avanzati**, ricerca, grandi gruppi internazionali, innovazione e capitale umano. In Italia, invece, spesso il denaro gira senza creare futuro.

C’è una terza forma di Pil ancora più ambigua: quella **drogata dalla spesa straordinaria**. Il Superbonus ne è stato l’esempio perfetto. Per alcuni anni quest’ultima misura ha gonfiato Pil, occupazione e fatturati nell’edilizia, ma attraverso una **crescita sostenuta artificialmente dal debito pubblico**. Finita la spinta, il settore si è ritrovato improvvisamente senza domanda sufficiente. Il rischio è dunque **scambiare un picco temporaneo di attività per sviluppo strutturale**: se la spesa non aumenta produttività, innovazione e competitività future, crea solo Pil immediato e non crescita duratura.

Anche **il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) può diventare un’enorme occasione** o un’enorme illusione. Se investirà in tecnologia, formazione, infrastrutture efficienti e ricerca, potrà **trasformarsi in Pil ‘buono’**; se invece finirà disperso in micro-progetti e burocrazia, produrrà solo altra crescita contabile.

Ecco il vero punto: **il Pil non distingue tra ciò che crea futuro e ciò che lo consuma**. Un Paese non diventa più ricco perché spende di più o contabilizza di più. Diventa più ricco quando produce più valore per ogni ora lavorata, quando **trasforma conoscenza in innovazione e risparmio in capitale produttivo**. Il resto è contabilità. E l’Italia, purtroppo, è diventata bravissima a confondere la contabilità con la prosperità.

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