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title: Ah, che bello il lavoro… pure in carcere o’ sanno fa
description: "Tra le rivoluzioni post pandemiche c’è stata quella dello Smart working. Più in generale la principale conseguenza dell’impossibilità di incontrarsi dal vivo è stata quella di rendere normale, accessibile a tutti, il collegamento da remoto. Anche per lavorare: abbiamo imparato che non serve più, nec..."
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date: 2025-11-18
author: Lorenzo Sernicola
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categories: [Contenuti]
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# Ah, che bello il lavoro… pure in carcere o’ sanno fa

![Ah, che bello il lavoro… pure in carcere o’ sanno fa](https://www.este.it/wp-content/uploads/2025/11/lavoro_carcere-scaled-lOAXxv-1024x683.jpg)

Tra le rivoluzioni post pandemiche c’è stata quella dello Smart working. Più in generale la principale conseguenza **dell’impossibilità di incontrarsi dal vivo** è stata quella di rendere normale, accessibile a tutti, il collegamento da remoto. Anche per lavorare: abbiamo imparato che **non serve più, necessariamente, essere fisicamente presenti**. Il fenomeno è arrivato perfino nelle mura carcerarie.

Quando in una prigione del Maine, Stati Uniti, sono cominciati ad arrivare i primi schermi per assistere, in cella, a lezioni online e svolgere compiti, è spuntata un’idea: non si potrebbero **usare i laptop per lavorare da remoto per aziende esterne** e percepire un reale stipendio? Il Maine è uno Stato pilota nell’esperimento del lavoro da remoto in carcere. Lo hanno poi seguito altri due Stati. L’idea è nata, non a caso, durante il Covid-19, quando sono iniziate le lezioni online universitarie. Esattamente come potevano laurearsi durante il periodo di detenzione, **le persone avrebbero anche potuto lavorare**. E così è stato.

## Lavoro full time e ben retribuito

Un esempio è stato quello di Darlene George, una giovane di Brooklyn, New York. Adesso è una coordinatrice per un programma di borse di studio per un centro di salute del Maine. Monitora e si assicura che siano assegnate regolarmente. **Lavora dalle 7 alle 17 e lo fa dalla sua cella, full time**. “In realtà le chiamiamo stanze”, ha detto all’intervistatrice di una radio locale, Susan Sharon, come riportato da *Npr.org*.

La sua è una condanna a 40 anni per omicidio. Per ora ne ha scontati 16 e il suo rilascio anticipato potrebbe avvenire nel 2040. **Ma il suo non è un lavoro per carcerati** e i suoi colleghi lo sanno. Anche le guardie carcerarie, alle quali comunica, con un segnale fuori dalla porta, che **sta facendo una call e che non possono entrare**. “Ma loro sanno che sono lì”. E non è pagata il minimo salariale consueto per chi è in prigione. **Un cuoco carcerario guadagna 0,6 dollari l’ora**, mentre chi è andato a spegnere i roghi in California 7.

George non è un caso isolato: **in tutto i carcerati nel programma di lavoro da remoto sono 45. **Tra questi c’è Preston Thorpe, che ha rivelato che il suo **salario è pari a quello di un ingegnere software di livello senior** negli Stati Uniti. Preston ha 33 anni. Ha raccontato di essere sempre stato un amante del computer, un nerd: “Proprio questo mi ha creato problemi nella vita”. E proprio per questo è detenuto: possesso di stupefacenti acquistati online, in particolare oppiacei talmente potenti da essere in grado di uccidere, peggio del Fentanyl.

La sua condanna è di 20 anni e per ora ne ha scontati nove. Ma adesso che ha trovato lavoro, ha un proposito. Ed è qualcosa di grande: **l’azienda per la quale lavora è Turso**, e si occupa di riscrivere il database open source SQLite, quello prevalente in tutto il mondo. “È su ogni telefono, ogni computer”. A scoprire il talento di Thorpe è stato Glauber Costa, CEO della società, attraverso un programma di recruiting.

## I guadagni servono anche per risarcire le vittime

L’esperimento del **lavoro in carcere è un successo**. Lo ha testimoniato alla radio Randall Liberty, Membro del Department of Corrections, un organo governativo che vigila sulle carceri. In questo modo, ha spiegato**, i detenuti possono fare donazioni**, ma soprattutto sostentare le proprie famiglie. Ai detrattori, ha obiettato come i fatti dimostrino che, lavorando, i carcerati riescano a **pagare assicurazioni sanitarie, spese scolastiche, vacanze ai parenti** fuori dal carcere. Le retribuzioni, ha poi precisato, sono quelle di comuni cittadini: “Ci sono casi in cui si arrivano a percepire anche a 90mila euro annui”.  

Gli stipendi, però, **non sono versati direttamente su conti correnti personali**. Sono invece trattenuti da una sorta di banca centrale interna del Department of Corrections e per essere incassati serve una specifica richiesta. Nell’ambito carcerario, infatti, **i lavoratori non sono liberi di acquistare molte cose**, a parte comprare qualche extra come cibo o oggetti di elettronica.

Ma al di fuori del carcere, i soldi servono, per esempio, anche come **forma di risarcimento dei propri reati**. “Questa è la priorità”, ha assicurato Liberty. Il 25% delle entrate dei detenuti è infatti destinato alle vittime, mentre un altro 25% è riservato alle spese legali. Un 10% è, invece, accumulato sotto forma di risparmi. Un altro 10% è trattenuto per i **costi di mantenimento della prigione**. Succede anche altrove che parte delle retribuzioni dei detenuti siano affidate all’istituto carcerario. In Alabama, per esempio, dove si può lavorare anche al di fuori del carcere, ma **il salario, fissato a 7 euro orari, è trattenuto dall’istituto** per una quota pari al 40%.

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